Viaggio a regola d’arte
Qualche anno fa avevo provato a partecipare ad un concorso di scrittura per ragazzi con questo racconto. Ho pensato di pubblicarlo qui a puntate. Buona lettura!
1^ puntata
Quando pensava intensamente a qualcosa sembrava una bambola: perfettamente immobile, la bocca lievemente socchiusa, gli occhi persi nel vuoto… già, quegli occhi grandi, bellissimi, d’un azzurro irreale, parevano due laghetti di pace, eppure, nonostante la loro bellezza, Silvia un po’ li detestava, perché li trovava inutili, non possedendo il dono della vista. Certo, quando era molto triste i suoi occhi le permettevano di piangere, ma quello era il solo compito che sapevano svolgere bene.
Quel giorno sua madre la vide particolarmente assorta nei suoi pensieri ma con un piccolo sorriso sulle labbra e questo la rassicurò: Silvia avrebbe affrontato di buon grado la gita di famiglia. Per la ragazzina quello era il suo primo viaggio in treno. In quei quindici anni di vita, aveva viaggiato spesso assieme ai genitori, soprattutto per consultare oculisti rinomati, nella speranza che si potesse tentare qualche strada per farle recuperare la vista; aveva persino preso l’aereo tre volte, ma non era mai salita su un treno. Tutto era pronto per la gita a sorpresa che i suoi cari avevano organizzato per lei; Silvia sapeva solo che sarebbero andati a Firenze e che questa volta non c’entravano nulla i medici e gli ospedali, ma per il resto… Mistero! Abituata a programmare tutto nei dettagli, cercando di avere sempre il controllo della situazione, Silvia si sentiva un tantino in ansia nel dover affrontare quel viaggio a sorpresa; però sapeva che tutto sarebbe andato bene, perché avevano pensato a tutto mamma e papà, le persone su cui riponeva la massima fiducia. – Sei pronta cara? Su sbrighiamoci, è ora di partire! La voce di Lisa, sua madre, la distolse dalle fantasticherie sul viaggio. Silvia s’infilò il giubbetto in jeans e gli occhiali da sole: - Sono pronta, possiamo andare… Accidenti! Stavo per dimenticare lo zainetto; papà si va in macchina fino alla stazione o prendiamo l’autobus? – Preferisco andare in macchina, è più comodo anche per il ritorno, però usiamo la vecchia utilitaria, non mi fido a lasciare l’auto nuova al parcheggio per tre giorni.
Una volta giunti alla stazione di Brescia, Silvia fu colpita, prima di tutto, dagli odori piuttosto intensi, alcuni sgradevoli, acri e pungenti, altri migliori (erano quelli provenienti dai negozietti di souvenirs), per passare a quelli più piacevoli e allettanti del bar e dei chioschi di fast-food. Ma ciò che le dava quasi un senso di stordimento, era il guazzabuglio di suoni e rumori della stazione: lo stridio della ferraglia sui binari, il fischio dei treni, la voce metallica che annunciava ad intermittenza i treni in arrivo e in partenza, il brusio creato da tutta quella gente che andava e veniva. Ore 7:05, il treno arrivò puntuale e lei, con l’aiuto di Roberto, suo padre, salì quegli insoliti gradini, sentendosi dentro una strana eccitazione. Presero posto sui sedili loro assegnati e Silvia volle sedersi accanto al finestrino, sebbene non avesse niente da vedere, perché voleva cogliere più sensazioni possibili da quel suo primo viaggio su rotaie. Così, da quella postazione, avrebbe percepito meglio le variazioni di rumori esterni e di luminosità (il suo residuo di vista era costituito dalla percezione di luci e ombre). Quando il treno partì, la ragazzina si lasciò sprofondare sul sedile, divertendosi a ripassare più volte le mani sul velluto che le faceva il solletico alle dita. Dopo pochi chilometri cominciò a sentirsi perfettamente a suo agio, ogni tensione era sparita dal suo corpo, anzi, il dondolio del treno le donò un piacevole senso di rilassamento. Piano, piano cominciò a comprendere la dinamica del viaggio: dal mutare dei rumori e della sensazione di velocità percepita, imparò a capire quando il treno rallentava in prossimità di una stazione, ricevendone conferma dalla voce del ferroviere, che annunciava la località della stazione raggiunta. Se il treno entrava in galleria, il cambiamento dei rumori era accompagnato da un forte abbassamento della luce che lei percepiva come l’apparire d’un improvviso muro nero, a questo si sommava la sensazione di orecchie tappate che un po’ le dava fastidio. Stava per appisolarsi, quando sentì la voce possente di un uomo che chiedeva i biglietti: com’era solita fare, giocò ad indovinare l’aspetto fisico dello sconosciuto, grazie anche alla collaborazione di sua madre che, per farle risentire la voce del controllore, chiese all’uomo se mancava molto alla stazione successiva. Appena il controllore si allontanò, Silvia sparò: – Uomo sui cinquanta, piuttosto alto e di corporatura robusta, molto serioso. La mamma esclamò ridendo: – E brava la mia indovina! Per quanto riguarda l’età, penso che tu ci sia andata molto vicina e per il resto ci hai proprio azzeccato.
A metà tragitto passò il carrello-bar e, poiché dalla sua pancia sentiva arrivare degli strani mugolii, la ragazzina ordinò una cioccolata calda ed una brioche, mentre i suoi genitori si limitarono ad un caffè macchiato. La cioccolata non era certo buona come quella che preparava la sua mamma, né aveva lo stesso aroma, ma ci si poteva accontentare; la brioche con marmellata alla ciliegia (la sua preferita) andava già meglio. Stava dando l’ultimo morso alla sua merenda, quando sentì scoppiare un litigio fra due bambini seduti ai posti dietro al suo: – Ridammelo è mio! – No ora ci gioco io! – Ti ho detto di darlo a me, di te non mi fido, me lo romperesti di sicuro! – Non ci penso nemmeno – Dammelo, scemo! – No, no e no – Stupido! – Cattivo… dopo di che arrivò inconfondibile il rumore di un sonoro ceffone, cui fece seguito un pianto interminabile, misto a parole di lamento pressoché incomprensibili. – Vi prego, dategli il giocattolo che vuole, purché smetta di frignare, non ne posso più! disse Silvia fra i denti, con tono non udibile dagli altri viaggiatori. Intervenne il padre dei due contendenti che, come un mago provetto, estrasse dal suo cappello magico, pardon dal suo trolley, un bellissimo libro di fiabe e propose di leggere qualcosa ai figli, i quali prontamente accettarono, scordandosi subito dell’oggetto conteso. All’inizio anche Silvia seguì la narrazione di quel signore:
- C’era una volta un ragazzino, figlio di pescatori, di nome Filippo, ma tutti lo chiamavano ‘Nautilus’, a causa del suo esagerato interesse per i fondali marini e per i libri di Giulio Verne. In particolare, Nautilus si era appassionato alla storia ‘Ventimila leghe sotto i mari’ e a ‘Il giro del mondo in ottanta giorni’, per questo si era messo in testa di costruirsi un marchingegno simile ad un sommergibile con cui fare, in ottanta giorni, il giro di tutti i mari del mondo. Così, nella cantina di casa, Nautilus ammucchiava oggetti recuperati qua e là, che sarebbero potuti servire per la sua opera. Passava ore e ore in biblioteca a studiare su enciclopedie e libri scientifici, immaginando che solo un piccolo genio avrebbe potuto compiere quella pazza impresa…
La storia continuò ma Silvia, un po’ per la stanchezza dovuta ad una notte quasi insonne, un po’ per la voce molto pacata dell’uomo, finì per addormentarsi. Eh sì, la notte prima della partenza era stata sveglia molte ore, per l’eccitazione del suo primo viaggio in treno niente meno che a Firenze, città di cui aveva sentito decantare le bellezze artistiche e l’importanza culturale, dai suoi prof. d’Arte e d’Italiano. Certo – si era detta – dovrò usare tutta la mia immaginazione, per riuscire a vedere questi capolavori dell’arte e i miei genitori dovranno essere molto attenti e precisi nelle descrizioni che mi faranno.
2^ puntata
Finalmente il treno giunse a Firenze, suo padre la scosse leggermente, dicendole di prepararsi per la discesa. Quel riposino le aveva fatto proprio bene, si sentiva piena d’energia e di voglia di conoscere il programma esatto di quella gita: – Allora, dove si va? Che si fa? Andiamo in piazza della Signoria alla Galleria degli Uffizi, oppure visitiamo il Duomo di Santa Maria del Fiore, altrimenti, data la vicinanza potremmo cominciare dalla basilica di Santa Maria Novella e poi…
- Calma, calma, prima di tutto prendiamo un taxi che ci condurrà alla nostra prima destinazione – le disse Roberto, prendendola sotto braccio.
- Eh, ma come siete misteriosi, cos’è? Siamo forse in missione segreta? Si tratta d’affari di spionaggio? Ah, ho capito, voi in realtà conducete una doppia vita: sembrate due persone qualunque, invece siete agenti di intelligence per conto di un’organizzazione governativa segreta, giusto? Scherzi a parte, ditemi dove andiamo!
La sua richiesta restò sospesa nell’aria che in quel preciso momento si era vestita del profumo di rose; un giovane extracomunitario si avvicinò a suo padre: – Vuole comprare rose per sua moglie e per bella figlia?
Roberto gli rispose, con tono lievemente imbarazzato, che andavano di fretta, così accelerò il passo dirigendosi verso la zona dei taxi. Il profumo delle rose rimase nel naso e nella memoria della ragazza, riportandola indietro nel tempo, a quando era una bimba di tre o quattro anni. A quell’epoca era molto attratta dai fiori, specialmente dalle rose, cui si avvicinava molto cautamente per timore di pungersi con le loro spine e, una volta individuato un bocciolo con un leggero tocco delle dita, lo prendeva tra le mani, lo annusava inspirando profondamente e poi: stoc, lo staccava di colpo dalla pianta e se lo mangiava. Proprio così, lo metteva in bocca e lo masticava; non le bastava riempirsi il naso del suo profumo, non le bastava la sensazione di piacevolezza nello sfiorare i petali vellutati e nel giocherellare con la punta dell’indice lungo i bordi dei petali, no, lei doveva riempirsene la bocca, come per impadronirsi dell’essenza della rosa.
Ad un tratto si mise a ridere, Lisa le chiese il motivo della sua ilarità e lei le spiegò che l’odore delle rose, le aveva fatto ricordare il suo vizio infantile di mangiare i fiori e la brutta esperienza dell’incontro con la calla.
- Ti ricordi mamma, quando ho toccato una calla per la prima volta e, attirata dallo strano bastoncino che c’era al centro, l’ho staccato e messo in bocca? Non l’avessi mai fatto!
- Eh sì che mi ricordo – aggiunse sorridendo la madre – ti venne una lingua così rossa e gonfia, che sembrava un fragolone gigante e dovemmo ricorrere alle cure mediche.
- Proprio così, ora ripensandoci mi viene da ridere, ma allora presi un grosso spavento e da quel giorno non ho più messo in bocca nessun fiore.
Si distolse dai ricordi sentendo la voce di suo padre che chiamava il taxi, per una prima sosta all’hotel prenotato per la notte: un ‘tre stelle’, con ottimo rapporto qualità-prezzo, a soli trecento metri dalla stazione, una volta sbrigate le formalità alla reception e riposti i bagagli in camera, riscesero per farsi condurre dal taxi in via San Salvi 16.
A Silvia non venne in mente nulla che le richiamasse quella via, ma quando arrivarono e il taxista disse: – Eccovi davanti al Cenacolo Andrea del Sarto – intuì che quello poteva essere un Museo speciale, uno dei pochi in Italia che propongono percorsi artistici per non vedenti. Ed era proprio così, il Cenacolo esponeva le riproduzioni in rilievo di sei quadri di pittori famosissimi: Raffaello, Botticelli, e via di questo passo, i cui originali si trovavano alla Galleria degli Uffizi. Quando suo padre le spiegò quali grandi opere d’arte avrebbe potuto vedere con le mani, Silvia lo abbracciò.
Per prima volle toccare la Madonna del cardellino, dipinta da Raffaello, tra le sei opere le pareva quella più interessante, probabilmente per i soggetti raffigurati: la Madonna, in compagnia di Gesù Bambino e del piccolo Giovanni Battista che teneva in mano, appunto, un cardellino. A Silvia tremavano le mani per l’emozione e pensò che vedere un quadro accarezzandolo, poteva essere considerato un gesto d’amore, più del semplice contemplare con la vista, comune a chi è dotato di questo senso.
3^ puntata
Finalmente si decise a toccarlo: ripassò più volte le dita lungo le linee, i solchi, i rilievi; aiutata dalle scritte in braille e da un’audio-guida, poté meglio comprendere ciò che stava sfiorando. Silvia riuscì a cogliere la differenza di piani prospettici tra il paesaggio nello sfondo e i personaggi in primo piano. Provò una sensazione di delicatezza dell’insieme, e sorrise accarezzando le testoline dei due bambini: con pochi capelli quella di Gesù, tutta riccioluta quella di S.Giovanni Battista. La ragazza percepì la bellezza delle forme nel volto sereno della Madonna e nei corpicini delicati dei due santi bambini, provando un senso di tenerezza quando incontrò la manina di Gesù che sfiorava il capo dell’uccellino e, più in basso, un piedino del piccolo lievemente posato su quello di Maria. Studiando i dettagli del vestito della Madonna, si rese conto che il manto le scendeva da una spalla; pensò che forse il pittore voleva dare l’idea di una Madre che, come tutte le altre, occupandosi dei figli non può rimanere perfettamente in ordine. Passò ad esaminare le altre riproduzioni, soffermandosi in particolare alle due che avevano in comune la figura di Cosimo il Vecchio: il ritratto dello stesso, dipinto da Pontormo e quello sul quadro del grande Botticelli, in cui il personaggio storico era raffigurato su una medaglia tenuta in mano da un giovane. Effettivamente, si poteva cogliere una certa somiglianza tra le due rappresentazioni di Cosimo il Vecchio: il naso aquilino, l’orecchio piuttosto grande, il mento appuntito. Toccando i tratti del giovane che mostrava la medaglia, fu colpita dalla chioma molto folta e lunga, ma ancor più dalla sensazione d’inespressività che le dava quel viso, ovviamente si rendeva conto che, a chi l’avesse osservato con gli occhi, avrebbe potuto fornire altre percezioni.
Passò quindi ad esaminare, con la stessa attenzione e curiosità, le altre opere, ritrovandosi immersa in un mondo d’emozioni, stati d’animo, voli dell’immaginazione, difficili da descrivere a parole.
Terminata la visita al museo, la famiglia andò a pranzare in una pizzeria lì accanto, dove ciascuno raccontò le proprie impressioni. Nel pomeriggio erano in programma altre due visite a Musei che proponevano percorsi tattili per non vedenti. Per primo visitarono il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che proprio all’inizio dell’anno aveva inaugurato la Mostra “Vedere con le mani”: una selezione di reperti archeologici originali da esplorare con il tatto. Alla ragazza fece una certa impressione toccare un’antica urna funeraria in terracotta; in quel momento le venne in mente il disagio provato da bambina, quando toccò la statua di un angelo, posta sulla tomba di un cuginetto morto a soli due anni. Per distogliersi da quel triste pensiero, passò ad esaminare altri reperti.
Verso le cinque del pomeriggio si recarono ad un Museo che non proponeva quadri o statue, bensì fotografie. Si trattava, infatti, del Museo nazionale Alinari della fotografia, che aveva realizzato un percorso tridimensionale sulle foto più significative esposte al museo. Dopo aver toccato alcune di queste riproduzioni, il padre di Silvia commentò:
- Affascinante! Potremmo dire di essere di fronte ad una nuova forma d’arte, che permette di comprendere meglio il punto di vista degli autori di queste immagini.
- E’ vero – annuì la moglie – e personalmente ho la sensazione di entrare in una nuova dimensione del reale, proprio per i materiali che sono stati impiegati; che te ne pare, Silvia?
- Per me la foto più bella è questa con i Faraglioni di Capri, nella scritta in braille ho letto che hanno usato scorze di pino per fare le rocce, in effetti – continuò ripassandovi sopra le dita più volte – sembra proprio di toccare una roccia tutta ruvida ed aspra, mentre il mare, fatto d’alluminio ricoperto con carta velina, sembra calmo e freddo.
Quando la ragazza toccò la riproduzione della foto che ritraeva una famosa signora miliardaria, scoppiò a ridere: - Questa poi è proprio bella! Ma che razza di occhiali indossava questa signora? Però, toccare il parrucchino che le è stato messo, mi fa quasi senso.
Le piacque molto anche l’immagine della rosa, ricreata utilizzando carta indiana profumata; così, oltre che toccarla, poté annusarla… ed ecco riapparirle il ricordo di se stessa, piccola mangiatrice di rose. E dato che un ricordo tira l’altro, la ragazza ripensò ai quadretti appesi in camera sua, alcuni creati da sua madre, all’epoca in cui lei era ancora troppo piccola per collaborare, altri realizzati in periodi più recenti, a quattro mani, da madre e figlia. Non erano quadri dipinti, a parte qualcuno, che aveva uno sfondo tinto con colori ad olio stesi con particolari pennellate, per creare dei rilievi. Su quei quadretti, che rappresentavano per lo più delle nature morte o dei paesaggi, erano applicati oggetti e materiali di recupero: stoffa, pezzi di corteccia, pigne, sassolini, semi e spezie, utilizzati proprio per dare la possibilità a Silvia di esplorarli con il tatto e con l’odorato. Memore di ciò, se ne uscì con questa frase: – A pensarci bene, non hanno fatto niente di nuovo, in fondo anch’io e la mamma, e chissà quanti altri, abbiamo prodotto opere di questo genere; pensate ai quadretti appesi in camera mia!
Il padre rimase un po’ spiazzato: - Beh, in effetti, hai ragione anche tu!
Lisa lo guardò sorridendo, con una punta d’orgoglio.
4^ puntata
Concluso il viaggio nella storia della fotografia, Roberto propose di andare in Piazza della Repubblica dov’era esposta una pianta di Firenze in altorilievo, con i più celebri monumenti, realizzata appositamente per dare ai non vedenti un’idea dell’aspetto architettonico della città.
La proposta fu accolta con entusiasmo dalla figlia che, appena sfiorò la pianta di Firenze, per associazione di idee, si ricordò di certe carte geografiche che aveva toccato a scuola, con le montagne in altorilievo.
Ormai si era fatto tardi, per cui decisero di mangiare in una trattoria lì vicino. Dopo cena, la ragazza avrebbe voluto farsi un giro per la città con i suoi genitori, ma le troppe emozioni vissute quel giorno, unite alla stanchezza per il viaggio e per le lunghe passeggiate nei musei, non glielo permisero. D’altronde, anche Lisa e Roberto erano esausti, perciò presero un taxi che li condusse all’albergo.
Questa volta Silvia non ci mise molto ad addormentarsi e i suoi sogni furono popolati da quadri e statue che lei toccava, movendosi su un pavimento un po’ traballante, circondata da rumori di treni e di stazioni. Ad un certo punto sognò di essere a bordo di un aereo e di cercare, senza riuscire a trovarla, la porta dei servizi; fu in quel momento che si svegliò, con la necessità reale di andare in bagno. Un po’ frastornata per la giornata frenetica e per i sogni notturni, si alzò e, convinta di trovarsi nella camera della propria casa, girò subito a destra, andando a sbattere contro un comodino e facendo cadere la lampada che vi era appoggiata sopra. Sua madre, sentendo quei rumori si svegliò un po’ spaventata:
- Che succede Silvia?, poi cercò l’interruttore ed accese l’abat-jour; vedendo la figlia per terra, scossa da sussulti, si precipitò verso di lei:
- Oh no! Ti sei fatta male? Stai piangendo?
Silvia, fra le lacrime le rispose:
- Non ti preoccupare, sto ridendo e per il troppo ridere mi scendono le lacrime… Sai credevo di essere a casa nostra, nella mia camera, così ho sbagliato il percorso; ma ora, ti prego, accompagnami in bagno perché mi ero svegliata per un’urgenza e qui va a finire che, se non mi sbrigo, me la faccio sotto.
La madre, ridacchiando con la figlia, l’accompagnò ai servizi, dicendole:
- Per fortuna non ti sei fatta molto male, a parte una botta sulla gamba; mi ero presa proprio un forte spavento… Tuo padre invece, niente, non si è accorto di nulla, quando dorme profondamente ci vorrebbero le cannonate per svegliarlo!
- Già, e senti come russa! – aggiunse Silvia – speriamo di riuscire ad addormentarci anche noi, nonostante la musica del suo trombone.
- Ah, ma ora ci penso io – fece Lisa – appena m’infilo nel letto, gli dò una scrollatina e se non è sufficiente, gli arriva pure un calcetto sulla gamba, vedrai che poi si mette di fianco e la smette di russare, almeno per un po’…
- E io, nel frattempo, spero di essermi riaddormentata, prima che riprenda il suo concerto – concluse Silvia.
Il mattino seguente, fecero colazione molto presto e piuttosto velocemente, per recarsi in tempo a prendere il treno, non per tornare a Brescia ma per andare ad Ancona. Mentre mangiavano Lisa chiese al marito:
- Tutto bene questa notte?
- Sì certo – fece lui – perché me lo chiedi?
- Non ti sei accorto di nulla? – continuò la moglie, mentre Silvia stava già ridendo, ripensando all’accaduto
- No, di nulla, ma è successo qualcosa?.
Intervenne la figlia che gli raccontò della propria caduta, delle risate, della luce accesa, il tutto accompagnato dal sottofondo musicale eseguito dal padre stesso e interrotto bruscamente per l’intervento della madre.
Roberto rimase per un po’ senza parole, poi farfugliò delle scuse, aggiungendo: – Ma io quando sono molto stanco dormo come un sasso e non mi accorgo di nulla.
- Lo sappiamo! – confermarono in perfetta sintonia, moglie e figlia. Passarono poi a parlare della seconda tappa di quel viaggio culturale.
Nella città marchigiana, Silvia avrebbe potuto godere di un altro bagno nell’arte, grazie al Museo Omero, nel quale si trovava una vasta collezione di calchi in gesso di capolavori scultorei risalenti a varie epoche storiche. Questa volta i genitori non tennero nascosta a Silvia la meta, anche perché era uno dei suoi sogni poter visitare questo museo, di cui le avevano parlato alcuni amici conosciuti all’Unione Italiana Ciechi.
Ancora stanca dal giorno prima, la ragazza approfittò del percorso in treno per fare un altro sonnellino.
Mentre la figlia dormiva, Lisa iniziò ad osservarla con tenerezza, ripercorrendo con lo sguardo i tratti fisici che la accomunavano al padre: la chioma folta e ondulata, di un castano chiaro dai riflessi dorati, l’ovale del viso con la mascella un po’ forte ed il mento regolare reso più grazioso dalla piccola fossetta centrale. Da lei invece aveva ereditato la piccola bocca a cuore, il naso leggermente all’insù, i grandi occhi azzurri screziati di grigio, adornati da folte ciglia. Roberto era piuttosto alto ed anche in questo la figlia gli somigliava, ma fortunatamente, non aveva preso da lui la robustezza del fisico, dato che aveva l’ossatura minuta come la madre. Lisa, riflettendo sul carattere di Silvia, pensò che la figlia aveva una personalità forte e determinata, vicina a quella del padre, ma allo stesso tempo aveva una grande sensibilità e una certa dose di romanticismo, come lei. ‘Soprattutto – si disse – Silvia è molto matura per la sua età, fa ragionamenti da adulta; forse la mancanza della vista esteriore le ha permesso di sviluppare maggiormente la visione interiore delle cose’.
5^ puntata
In prossimità della stazione di Bologna, la mamma la svegliò, dato che dovevano cambiare treno. Quando si sedettero ai loro nuovi posti, un ragazzo, dall’accento inglese, chiese se poteva occupare quello libero accanto alla ragazza. Dopo che Roberto gli rispose: – Certo, si accomodi pure – il giovane collocò il suo grande zaino sul portabagagli sopra ai posti accanto a loro, ma nell’altra fila. ‘Finalmente ho l’occasione di esercitarmi nella mia lingua preferita’ pensò Silvia; così, vincendo la timidezza (ma poi tanto timida non era) disse: – Good morning! Ed allungando la mano verso il ragazzo, si presentò e gli chiese da dove veniva, continuando a parlare in inglese. Lui le rispose di chiamarsi Geoffrey e di provenire da Leicester – United Kingdom – vicino a Nottingham, sul fiume Soar, ma si trovava in Italia dall’inizio dell’anno per motivi di studio. – Vengo dallo stesso paese di John Deacon il bassista dei Queen, tenne a precisare Geoffrey.
- Sei appassionato di musica? – gli chiese, sempre in inglese, la nuova amica
- Oh certo, faccio anche parte di una piccola jazz-band, dove suono il sax.
Silvia gli raccontò che anche lei amava la musica e che i suoi amici apprezzavano molto la sua voce: – Presto inizierò ad andare a scuola di canto per migliorare la mia tecnica.
Geoffrey si complimentò con Silvia perché si esprimeva bene in inglese e le chiese se avesse trascorso qualche periodo in Inghilterra. – Purtroppo no – rispose Silvia – ma oltre a studiare l’inglese a scuola, cerco di perfezionarmi attraverso dei corsi interattivi e dei cd, ma prima o poi ci andremo vero, mamma?
- Beh, tutto è possibile – replicò la madre con lieve impaccio, rendendosi conto che, ancora una volta la figlia aveva preso la palla al balzo per buttare lì una richiesta e, chissà perché, quando usava questa strategia, chiedeva sempre a lei e non al padre ‘Sarà forse perché io sono più accondiscendente?’ si domandò Lisa.
Intanto la figlia continuava la conversazione con Geoffrey; era buffo ascoltarli, perché entrambi mescolavano all’inglese qualche parola d’italiano, quando Silvia non conosceva il corrispettivo termine straniero. Dalla loro chiacchierata, emerse che entrambi amavano l’arte; Geoffrey studiava, infatti, alla Scuola d’arte e design nell’università del suo paese natio e a Firenze aveva frequentato uno stage e un seminario presso l’Università Internazionale dell’Arte.
Il ragazzo era diretto, come loro ad Ancona, perché lì ci abitava un amico italiano; un’ora prima dell’arrivo fecero una pausa dalle chiacchiere, per bere qualcosa e mangiarsi un panino.
Mentre stavano per giungere a destinazione, si scambiarono i recapiti telefonici e gli indirizzi, anche se il giovane amico disse che a casa sarebbe tornato solo a fine agosto, perciò era meglio non inviargli posta, ma telefonargli.
Grazie a quell’insolita compagnia, a Silvia il tragitto era sembrato più breve e si sentiva anche più in forma, elettrizzata dal fatto di aver fatto amicizia, in così poco tempo, con uno studente straniero. Giunti alla stazione si salutarono con un bacio sulla guancia e una stretta di mano. Silvia si rivolse alla madre:
- Sono proprio contenta di aver conosciuto uno studente inglese e spero davvero di mantenere i contatti con lui. Facciamo il gioco della descrizione? Io, Geoffrey me lo immagino così: alto, dinoccolato, con i capelli un po’ lunghi e lisci, con un po’ di barba e baffetti, che ho percepito quando ci siamo baciati sulle guance… ah ho avuto l’impressione che sorridesse spesso.
- Anche questa volta ti sei avvicinata molto: è un ragazzo alto e magro, con i capelli abbastanza lunghi, ha uno sguardo da buono e sovente sorride sotto i suoi baffi, rossicci al pari della barba.
Usciti dalla stazione, Silvia e i genitori portarono i loro pochi bagagli all’hotel, che avevano prenotato per una notte. La stanza era già libera, per cui poterono rinfrescarsi e riposarsi un momento, prima di recarsi al Museo tattile. Una volta pronti, scesero a prendere l’autobus della linea sei, che in pochi minuti li portò al Museo.
Iniziarono il percorso tra i calchi in gesso di capolavori dell’arte egizia, greca e romana.
L’aspetto più sorprendente era che tutto il museo, poteva essere visitato in completa autonomia dalle persone cieche, essendo presente un walk-assistant, una guida sonora ad alta tecnologia. Silvia era davvero felice di poter toccare quelle riproduzioni di opere importantissime di cui aveva solo sentito parlare.
Era inoltre particolarmente incuriosita dalla sezione di arte contemporanea, che di lì a poco avrebbe visitato, perché sapeva che le opere esposte in quella zona erano degli originali, donati da artisti quali: Ciulla, Trebbiani, Mannucci.
Ma le emozioni più intense la stavano per accogliere nella sala con i capolavori del Rinascimento…
Quando con le mani studiò la testa del ‘David’ di Michelangelo ebbe un sussulto; quel viso, quel capelli ricciuti, quell’espressione attenta e un po’ corrucciata, le ricordavano in maniera impressionante il volto e i capelli di Francesco. Silvia, stringendosi e strofinandosi una mano con l’altra, si sorprese a pensare: ‘Ho solo quindici anni, ma le mie mani hanno già viaggiato tanto, più delle mie gambe; hanno percorso muri, tavoli, sedie, quadri appesi alle pareti, e soprattutto hanno potuto viaggiare sui visi della gente che si è lasciata toccare. Hanno incontrato nasi piccoli, nasi grossi, curvati all’insù o adunchi, hanno accarezzato gote paffute, guance scavate, quelle lisce come il velluto dei bimbi, quelle ruvide come carta vetrata di uomini che non si erano sbarbati. Ma il viaggio più affascinante, quello che mi è rimasto appiccicato alle dita e al cuore, l’ho compiuto due mesi fa, sul viso più bello tra tutti quelli che ho toccato, persino più bello di quello della mamma: il volto di Francesco’.
6^ puntata
Ripensando al loro magico incontro le vennero i brividi. Quel giorno, una tepida domenica di maggio, Silvia era stata invitata alla festa di compleanno di Claudia, la sua migliore amica, e tra gli invitati c’era lui, Francesco, amico di un amico, un anno più grande di lei. Era stata Claudia a presentarglielo: – Questo è Francesco, amico di Luca, i voti migliori della quinta Ginnasio, e lei è Silvia, la mia più cara amica, siamo in classe insieme da sempre, scrive poesie stupende e canta divinamente.
Seguirono i soliti convenevoli: stretta di mano, qualche parola sulla festa, sulla scuola e sulle passioni personali; poi per un po’ non si parlarono più, perché lui fu chiamato da Luca e lei fu catturata da Claudia che le volle dare tutte le informazioni del caso: – Francesco è carino, molto secchione un po’ timido, tanto che alle feste bisogna trascinarcelo, ma a detta di Luca è simpatico e con la gente giusta si lascia andare, insomma non fa solo da tappezzeria.
Silvia la invitò a descriverlo anche fisicamente: – Te l’ho detto che è carino? Ha gli occhi verdi, una bella bocca, un naso regolare, i capelli castani ricci e un po’ lunghi sul collo; è di statura media, fisico asciutto. Ti basta come descrizione?
- Sì, per ora mi basta, poi vedrò se riuscirò a conoscerlo meglio di persona.
- Noto un certo interesse! – la punzecchiò bonariamente Claudia – Beh lo sai che sono sempre curiosa di tutto e di tutti – replicò prontamente l’amica.
Dopo l’apertura dei regali e l’assalto alla torta, qualche invitato chiese alla festeggiata se aveva il karaoke
- Certo che ce l’ho e vorrei che per prima cantasse Silvia, per chi non la conosce sarà davvero una bellissima sorpresa! – Esclamò prontamente Claudia.
Silvia adorava cantare e, fortunatamente non era troppo schiva, perciò non si fece pregare e iniziò con una canzone degli Evanescence, continuando poi con Laura Pausini e terminando con Giorgia. Al termine di ogni canzone tutti applaudivano entusiasti e Francesco la guardava con aria stupita e a tratti sognante. Quando Silvia terminò di cantare il ragazzo le si avvicinò per complimentarsi della sua bravura e stringendole la mano le diede due baci sulle guance. Da non credersi! Luca, che stava osservando la scena, rimase a bocca aperta: – Il France che azzarda tanto!
Eppure era successo e quel gesto lasciò piacevolmente stupita anche Silvia che, per vincere l’imbarazzo, disse: – Grazie, troppo gentile, per favore mi prendi qualcosa da bere? A cantare mi è venuta una gran sete!
Francesco l’accontentò subito, prendendo un’aranciata per entrambi. Si sedettero e sorseggiando la bibita, cominciarono a raccontarsi un sacco di cose. Francesco non osava parlare della cecità di Silvia, perciò ci pensò lei stessa ad affrontare il discorso; il ragazzo l’ascoltò attentamente, e prendendole la mano le disse: – Mi dispiace che tu abbia questo grande problema, però sei una ragazza molto forte e con tante doti che un po’ compensano il resto. Ascoltandoti quando parlavi e mentre cantavi, ho capito che tu vedi con il cuore, mentre al mondo c’è tanta gente che ha la vista ma non si accorge nemmeno di ciò che le succede intorno.
Silvia sorrise e strinse forte la mano di lui.
Sentendo arrivare dallo stereo una musica da lento, il ragazzo la invitò a ballare. Mentre dondolavano abbracciati, Silvia gli chiese se poteva toccarlo in viso per capire com’era; Francesco la lasciò fare, sentendo i brividi lungo la schiena mentre le dita della ragazza gli sfioravano le labbra, le guance, le palpebre.
La musica del lento stava terminando… Francesco posò delicatamente le sue labbra su quelle di Silvia.
Da allora divennero inseparabili, trascorrevano insieme tutti i momenti liberi dallo studio o da altri impegni e quando non potevano incontrarsi, si telefonavano. Purtroppo i genitori di Francesco, non condividevano la sua scelta; adducevano la scusa che era ancora troppo giovane, che doveva pensare alla scuola, ma la motivazione di fondo era legata all’handicap della ragazza. Così, per non creare tensioni e discussioni, i due giovani decisero d’incontrarsi di nascosto dai genitori di lui. I familiari di Silvia, invece, non osteggiavano il loro legame, perciò spesso l’appuntamento era a casa di lei. E quando non potevano incontrarsi passavano molto tempo al telefono: come adorava sentire la sua voce che le sussurrava parole dolci ed affettuose! Silvia ripensò alla poesia che aveva composto proprio pensando alla voce del suo ragazzo:
“La tua voce
è un alito di vento
caldo
che mi sfiora il viso
La tua voce
è un sussurro di mare
calmo
che mi rinfresca la pelle
La tua voce
è suono d’arpa
melodico
che m’accarezza l’orecchio
La tua voce
è morbida seta
preziosa
che m’avvolge il cuore
La tua voce
è fiamma di cero
profumato
che mi riscalda l’anima
La tua voce
è espressione di Dio.”
Dopo aver conosciuto il suo giovane amore, la ragazza non chiese più a nessuno di poterlo toccare in viso per conoscerlo meglio, non le interessava più. Era come se volesse far conservare alle sue mani la memoria tattile del volto di Francesco: le sue ciglia folte e ben disegnate, i suoi occhi grandi dal taglio un po’ malinconico, il suo naso con una leggera curvetta vicino all’attaccatura, le sue labbra sode che, appena le sfiorava si aprivano in un dolce sorriso.
Ed ora, proprio in una statua famosa, ritrovava molte caratteristiche del volto tanto amato; persino i capelli, per via dei ricci e della lunghezza, erano simili a quelli di Francesco; come si divertiva ad infilare le dita tra quei riccioli!
La voce di sua madre che la stava chiamando, la distolse dai dolci ricordi, portandola ad altri pensieri che volle condividere con i suoi cari: – Sapete, ho pensato che la macchina del tempo, in fondo, è sempre esistita: è la mente umana. Con la nostra mente possiamo viaggiare nel nostro passato ed immaginare un nostro futuro, possiamo andare in luoghi vicini e lontani. Basta un odore, un suono, una qualunque sensazione e… clic, veniamo trasportati immediatamente in un luogo e in un tempo che appartengono al nostro passato. E quante volte con la fantasia ci troviamo a vivere nel futuro? Tantissime! Certo, mi si potrebbe obiettare che possiamo rivivere solo il passato che ci è appartenuto, non quello antecedente alla nostra vita, e che il nostro futuro potrebbe essere completamente diverso da ciò che abbiamo immaginato!
Ebbene, per quanto riguarda il passato, questo discorso è vero solo in parte, dato che possiamo fare nostra la storia degli altri, attraverso la memoria dei nostri familiari, e soprattutto attraverso i libri, i reperti storici, i documentari e le varie espressioni artistiche.
Per quanto riguarda il futuro, meglio così, meglio non avere certezze su cosa ci accadrà, altrimenti non ci sarebbe più tanto gusto a vivere, sarebbe un po’ come dire ad un amico che compie gli anni cosa contiene il pacco regalo: gli si rovinerebbe la sorpresa!
- Brava, hai fatto tutto da sola: domande, risposte, obiezioni… comunque penso che tu abbia ragione – concluse il padre, prendendola sottobraccio per andare insieme ad esplorare la riproduzione di un altro capolavoro scultoreo: ‘la Pietà’ di Michelangelo.
7^ puntata
Silvia toccò a lungo la scultura, passando le dita su ogni piega del vestito della Madonna, sulle vene dei polsi di Cristo, sul suo corpo abbandonato tra le braccia della Madre, quasi come se dormisse. Nella mano sinistra di Maria, con il palmo rivolto verso l’alto, lesse un gesto di rassegnazione, e un ripetersi di quel ‘Sia fatta la tua volontà’ pronunciato dalla Vergine quando accettò di divenire la Madre del Figlio di Dio. La sorprese sentire il volto della Madonna privo di rughe d’espressione e non particolarmente sofferente. Pensò che con quella giovinezza del viso e con quel dolore composto e poco palese, forse l’artista voleva trasmettere un messaggio di spiritualità divina che oltrepassa il dolore umano.
Fu molto interessante anche la visita alla sezione dedicata all’architettura, dov’erano ricostruiti i modelli architettonici
dei più importanti monumenti al mondo, come San Pietro, il Pantheon di Roma, il Partenone di Atene. Toccando questi modellini ci si poteva in qualche modo rendere conto dei diversi stili architettonici, dei concetti di spazio, di vuoto e di pieno.
Silvia era felice: tutte quelle esperienze di vicinanza con l’arte l’aiutavano in un certo modo ad entrare meglio a contatto con il mondo esterno, a comprendere di più la realtà circostante; insomma si sentiva di più dentro alle cose. Usciti dal Museo, andarono in uno snack-bar nei paraggi e ordinarono lo ‘Snack del turista’ che consisteva in un trancio di pizza, una bibita in lattina e una fetta di crostata. Silvia aveva così fame che addentò voracemente la pizza, ma se ne pentì subito: era talmente calda che si scottò la lingua, in compenso la cola era ghiacciata, perciò ne bevve immediatamente un sorso e si tenne per un po’ la bibita in bocca, ricavandone un certo sollievo. Stavano consumando il pasto seduti all’aperto e una folata di vento portò loro il profumo del mare. Silvia inspirò profondamente: ogni volta che sentiva quell’odore salmastro le tornava alla memoria la prima vacanza al mare da piccola; aveva quattro anni e si divertiva un mondo a stare sul bagnasciuga, con l’acqua che andava e veniva, e ogni volta che l’acqua se ne andava si portava via un po’ di sabbia da sotto i piedini, e questo la faceva proprio ridere. - Che ne dite se dopo andiamo in spiaggia? – chiese Silvia; Roberto consultò la mappa turistica acquistata in stazione: – D’accordo, prima passiamo all’hotel a recuperare l’occorrente, poi prendiamo il treno per Palombina Nuova, ci sono circa dodici chilometri di strada ma è una zona anconetana dove la spiaggia è sabbiosa.
- La spiaggia più vicina a dove ci troviamo ora, com’è? – domandò Lisa
- No, non è adatta, c’è un bel panorama, ma ci sono tutte rocce e sassi, meglio spostarsi dove Silvia possa passeggiare tranquillamente.
- Già! Tanto a me del panorama non importa niente – aggiunse Silvia ridacchiando – preferisco sentire la sabbia sotto i piedi e poter mettere le gambe in ammollo.
Arrivati in spiaggia, noleggiarono un ombrellone, i lettini no, tanto sarebbero rimasti lì solo quel pomeriggio. Stesero gli asciugamani per terra e si accomodarono. La mamma, soprannominata Mary Poppins, per via di tutto quello che riusciva a farci stare nella borsa, tirò fuori tre campioncini di crema solare, così non rischiarono scottature: eh, la mamma era sempre previdente! A volte la chiamavano anche ‘farmacia ambulante’, perché portava sempre con sé una sorta di kit da pronto-soccorso, per ogni genere di problema: mal di pancia, mal di testa, raffreddore, congiuntivite… e l’elenco potrebbe continuare ancora.
Così, tutti belli impomatati, si rilassarono, sotto l’ombrellone, godendosi la brezza che alleviava un po’ la calura estiva. L’estate era la stagione più amata da Silvia, anche se faceva molto caldo. Preferiva sudare che battere i denti e lei soffriva troppo il freddo, infatti, appena le temperature si abbassavano ecco che iniziava il suo disturbo: mani e piedi congelati, una bella scocciatura.
Come amava invece sentire i raggi caldi del sole sul corpo!
Soprattutto in vicinanza del mare, con il sottofondo della risacca, con lo stridio dei gabbiani, con il vocio degli sconosciuti; starsene lì ferma senza dover fare nulla, sdraiata ad occhi chiusi, le procurava un profondo senso di benessere… ‘Meglio di una giornata in beauty farm!’ pensò Silvia. In effetti, era stata una settimana in un centro benessere proprio l’anno prima, ma per lei non si era trattata di un’esperienza così esaltante, soprattutto si era sentita a disagio quando aveva provato il massaggio ayurvedico: in teoria doveva procurarle rilassamento, in pratica era rimasta tesa come una corda di violino per tutto il tempo in cui quelle mani sconosciute, unte d’olio, erano passate sulla sua pelle. Di quel centro le era piaciuto il “percorso d’acqua”, con le piscine, l’idromassaggio, il canale d’acqua fredda e quello d’acqua calda. A contatto con l’acqua si sentiva davvero bene e vi rimaneva più a lungo possibile, tanto che spesso la pelle dei polpastrelli diveniva tutta raggrinzita. Questa volta però poteva entrare in acqua solo con le gambe, perché non aveva il costume, ma indossava degli shorts in jeans ed una canotta, perciò doveva evitare di bagnarsi i vestiti. Rimase stesa sulla sabbia un altro pochino, come a pregustare con l’immaginazione il momento in cui si sarebbe avvicinata al bagnasciuga. Ad un tratto fu colta di sorpresa per una palla da spiaggia, fortunatamente leggera, che le arrivò dritta sulla pancia.
- Ma che cavolo… Chi è stato?
- Su cara, non arrabbiarti, si tratta solo di una palla sfuggita ad un bambino – cercò di calmarla, la madre
- Vabbè, però proprio ora che mi stavo rilassando… Ma poiché ormai siamo stati disturbati, uno di voi due ha voglia di venire con me in acqua?
- Vengo io, disse il padre, lasciamo che la mamma faccia ancora la lucertola.
- Io resto a fare la lucertola, però voi non andate a fare i pesci, eh?
- Non darti pensiero, entriamo al massimo fino a metà polpaccio – disse Roberto.
Camminarono per mano sulla sabbia calda, con la buffa andatura di chi non vuole scottarsi i piedi; poi iniziò il tratto di sabbia umida e fresca e finalmente raggiunsero il mare. Le piccole onde procuravano un piacevole massaggio alle gambe, rinfrancandole dalle lunghe camminate di quei due giorni. Silvia, tenendosi con una mano appoggiata al papà, si chinò ad infilare l’altra nell’acqua, giocherellando come una bambina, poi si sollevò e ridendo spruzzò alcune goccioline verso il padre. Il padre ricambiò lo scherzo, ma dopo pochi istanti Silvia disse: – Torniamo all’ombrellone ora? Magari più tardi faremo un altro giretto in riva al mare.
Il padre si dichiarò d’accordo, ma tenne per sé lo stupore per il fatto che la figlia non volesse rimanere più a lungo in acqua, ‘forse si è stancata troppo in questi due giorni’, pensò. Al ritorno, la ragazza si rivolse alla madre:
- Mamma, hai carta e penna?
- Certo, perché?
- Perché mi scappa! No, non si tratta di un certo tipo d’urgenza, mi scappa di scrivere una poesia, così per non dimenticarmela, vorrei che tu la scrivessi mentre io te la detto.
Mentre Lisa prendeva l’occorrente per scrivere, intervenne Roberto: – Ora capisco perché sei voluta tornare così presto all’ombrellone, pensavo si trattasse di stanchezza, invece era creatività in arrivo.
8^ puntata
Silvia cominciò a dettare:
- Oggi ho incontrato un Angelo,
con ali leggere mi ha sfiorato i pensieri
mi ha preso per mano
e mi sono alzata in volo.
I suoi capelli profumavano di bosco,
le sue vesti
di mare.
Mi ha sussurrato all’orecchio
il canto del vento
ed è stato allora
che ho potuto vedere
un oceano di luce
racchiuso nel mio cuore.
Passarono un attimo in silenzio, come a gustarsi l’atmosfera magica creata da quelle parole, poi Silvia aggiunse: – Per ora è solo abbozzata, ci dovrò lavorare sopra per migliorarne lo stile e il ritmo, comunque questo è un po’ il riassunto di ciò che ho vissuto in questi due splendidi giorni di vacanza… Ma ora torniamo in acqua?
- Questa volta però vengo io, cara la mia poetessa – le disse la madre, aiutandola ad alzarsi.
Così si avviarono a fare una breve passeggiata in riva al mare; Lisa aveva un aspetto molto giovanile e a guardarle così, mano nella mano, che chiacchieravano tra loro, non sembravano madre e figlia, ma due amiche.
- A cosa stai pensando? – chiese Lisa
- A Francesco, anche se non è molto tempo che siamo lontani, già mi manca; mi sarebbe tanto piaciuto che ci fosse anche lui qui con noi a condividere questa esperienza così ricca d’emozioni!
- Ti capisco, ma vedrai che ci saranno altre bellissime occasioni da vivere insieme, tu e lui.
- Sempre che i suoi non se ne accorgano, dandoci così grossi problemi.
- Prima o poi comunque, se avete intenzione di continuare il vostro rapporto, dovrete mettere al corrente anche i genitori di Francesco, non è bello tenere le cose importanti nascoste ai propri cari.
- Però, come ben sai, loro non ne vogliono sapere di me accanto al loro figliolo; forse se aspettiamo a parlarne, tra qualche anno, sempre che noi due continuiamo a frequentarci, i suoi non potranno più trovare la scusa che siamo troppo giovani.
- Anche questo è vero, ma perché dici – se noi due continueremo a frequentarci – c’è forse qualche problema tra voi due?
- Assolutamente no! Ma non si può mai sapere, siamo effettivamente molto giovani e non è detto che l’amore, ora provato dall’uno per l’altra, rimanga sempre lo stesso. Io comunque spero proprio di sì, perché quando sto con Francesco mi sento completa, è come se mi riunissi ad una parte di me che altrimenti rimarrebbe in ombra, sconosciuta.
- Mamma mia come parli difficile! Bastava che dicessi – Sto troppo bene insieme a lui – e si sarebbe comunque capito il tuo sentimento.
- Dai, non prendermi in giro, per me si tratta di una cosa seria!
- Lo so, comunque, ancora una volta mi trovo a pensare che tu sia più matura della maggioranza delle tue coetanee.
- Allora ti faccio subito ricredere, cambiando completamente discorso, ti ricordi che quando eravamo sul treno per Firenze, un signore seduto dietro di noi ha letto una fiaba ai suoi bambini?
- Ah sì, fortunatamente il racconto ha tenuto calmi i due fratellini per il resto del viaggio.
- Ecco, io per un po’ ho ascoltato il racconto ma poi mi sono addormentata, ero curiosa di sapere come andava a finire la storia; tu per caso l’hai seguita?
- Beh, non sono stata attentissima, comunque te ne posso fare un riassunto: in poche parole, il ragazzino protagonista…
- Nautilus?
- Sì, Nautilus, un giorno era in mare con la sua barca a pescare e, ad un certo punto, vide uscire dall’acqua una specie di navicella spaziale. In effetti, si trattava proprio di un ufo che poteva viaggiare nello spazio, ma anche sott’acqua. Dalla navicella uscì un alieno che, emettendo delle onde elettromagnetiche, riusciva a comunicare con il ragazzo: praticamente era una sorta di reciproca lettura del pensiero. Fu così che i due fecero amicizia e grazie all’aiuto dell’alieno, Nautilus poté realizzare il suo sogno e viaggiare sott’acqua in tutti i mari del mondo.
- Curiosa storiella, sicuramente ai due bambini sarà piaciuta molto.
- Certo, tieni conto che una cosa è riassumerla tanto per raccontare come va a finire, un’altra è leggerla con tutte le descrizioni, i dialoghi e via dicendo.
- Ovvio…
Silvia si fermò un attimo in silenzio e fece cenno alla madre di tacere anche lei, perché voleva ascoltare una musica etnica che sentiva provenire da un posto non lontano da loro.
- Chi è che suona? Sono forse dei ragazzi africani? – chiese dopo un po’.
- Si è un gruppo di ragazzi di colore, però da qui non vedo bene. Vuoi che ci avviciniamo così possiamo anche sentire meglio la loro musica?
- Oh sì, andiamo! Mi piace sentire suonare dal vivo.
Madre e figlia rimasero ad ascoltare finché i giovani non fecero una sosta. Lisa mise alcune monete in una ciotola in legno, tutta decorata, che i musicisti avevano passato tra coloro che si erano fermati a sentirli suonare. Silvia chiese loro se parlavano italiano e se poteva fare qualche domanda.
- Sì certo – le rispose la cantante e ballerina del gruppo – Io mi chiamo Kady, provengo dalla Costa d’Avorio come altri quattro di noi; due ragazzi invece vengono dal Senegal; comunque siamo tutti qui in Italia per studiare.
- Parli bene la mia lingua e devo dire che siete tutti molto bravi, però adesso le scuole sono chiuse, non tornate nei vostri Paesi?
- Per ora no, stiamo girando varie città italiane come turisti. Per raggranellare qualche soldo, suoniamo e cantiamo sulle spiagge e, talvolta, in alcuni locali. Inoltre, vendiamo nei mercatini delle statuette in legno e degli oggetti di bigiotteria, che fabbrichiamo manualmente, secondo le nostre tradizioni.
9^ puntata
Silvia chiese se le era permesso toccare gli strumenti dei musicisti e se glieli potevano descrivere. Molto gentilmente, Kady le fece da guida turistico-musicale; per primo le mostrò il balafon: uno xilofono costituito da lamine di legno duro, sotto le quali come casse di risonanza erano applicate delle zucche vuote. Passò, quindi, alla descrizione di due tamburi: il djembé, composto da un grande calice di legno ricoperto con una pelle di capra da percuotere a piene mani, e il doundoun, un tamburo cilindrico a due pelli con cassa di risonanza in legno, da suonarsi con bacchette.
Kady fece poi toccare a Silvia gli strumenti a corde suonati dai due giovani senegalesi: la korà, una specie d’arpa formata da una mezza zucca e un manico sormontato da ventun corde, e un liuto in legno e cuoio a quattro corde. Per ultimo le descrisse un piccolo strumento diffuso in tutta l’Africa, chiamato Sanza e costituito da una piccola tavoletta, dotata di cassa di risonanza non molto spessa, su cui erano applicate alcune lamelle metalliche che andavano pizzicate. Silvia chiese a sua madre di scattare qualche foto a quest’ultimo strumento perché le sarebbe piaciuto chiedere a suo padre di provare a costruirgliene uno di simile, dato che con certe forme di bricolage se la cavava abbastanza bene. Dopo aver ascoltato il suono di ciascuno degli strumenti, Silvia fece i suoi complimenti ai componenti del gruppo, aggiungendo che lei era molto affascinata dalla musica tradizionale africana.
Lisa, si avvicinò alla figlia e, sottovoce, le disse che era ora di tornare indietro; entrambe salutarono i musicisti e, scusandosi per il disturbo, li ringraziarono per la loro disponibilità. Silvia volle dare un abbraccio a Kady e nel farlo le rinnovò i complimenti per la sua bravura come cantante. La giovane ivoriana, contenta per quel breve ma interessante incontro, le regalò un bracciale di perline, fatto con le sue mani.
Tornate all’ombrellone, chiamarono Roberto, che nel frattempo si era addormentato e, naturalmente, fu subito travolto da una valanga di parole. Silvia, quando doveva raccontare qualcosa che l’aveva entusiasmata, partiva a raffica, senza quasi fermarsi a respirare. Alla fine del suo racconto, mostrò al padre il bracciale che le aveva messo al polso la ragazza ivoriana.
- E’ molto carino! – commentò Roberto – però, noto che fai presto a fare amicizia con persone nuove: in treno con lo studente inglese, ora con questi musicisti africani; ti facevo più timida.
- Ultimamente sono cambiata, ho imparato che quando qualcosa o qualcuno desta la nostra curiosità, non dobbiamo perdere l’occasione di approfondire la conoscenza.
- Certo, purché questo avvenga negli ambienti giusti e con la vicinanza di persone care, perché non ci si può fidare di tutto e di tutti.
- Lo so papà, è ovvio che dipende dal contesto, non farmi la predica, non sono più una bambina! Comunque, posso dire che questo viaggio mi è servito a riflettere proprio sull’importanza di cogliere le opportunità che ci si presentano davanti… Mi sa che è meglio andare, tra un po’ si metterà a piovere – concluse, cambiando completamente argomento.
Silvia era sempre la prima a sentire il leggero fiato del vento che profumava di pioggia; quell’odore le piaceva molto, specie lì, dove si mescolava al profumo del mare. A Roberto tornò in mente quando, due anni prima, in vacanza a Riccione, la figlia era voluta restare sulla spiaggia a respirare profondamente quel miscuglio di fragranze della natura, incurante della pioggia che iniziava a cadere. Anzi quella doccia a cielo aperto era per lei motivo d’ulteriore divertimento. Roberto l’aveva accontentata, restando sulla spiaggia con lei, mentre Lisa, che non sopportava sentirsi addosso i vestiti bagnati, se ne era tornata da sola in albergo. La pioggia non era durata a lungo e subito dopo era apparso un bellissimo arcobaleno: pareva che una mano invisibile avesse dipinto il cielo di un azzurro quasi irreale, stagliandovi sopra un arco completo dei sette colori dell’iride. In quel momento a Roberto erano venute le lacrime agli occhi, dispiaciuto che la sua bambina non potesse godere di quella bellissima immagine della natura, però non disse nulla alla figlia dello spettacolare panorama e respirò profondamente per ricacciare indietro le lacrime. E questa volta, temendo il ritorno del magone, Roberto rinchiuse il ricordo in un cassetto del cuore e ne aprì uno nella mente alla ricerca di qualcosa di spiritoso da dire, ma non vi trovò nulla, perciò si limitò a confermare: – Silvia ha ragione, è meglio andare.
10^ puntata
Tornati all’albergo si fecero una doccia e si prepararono a scendere per la cena. Fortunatamente accanto all’hotel c’era una trattoria, così non dovettero percorrere molta strada sotto la pioggia.
decisero tutti e tre per la stessa ordinazione: pesce fritto, insalata mista, e sorbetto al limone come dessert.
- Papà ti ricordi quando da piccola m’infilavo gli anelli di mare sulle dita e poi me li mangiavo? – disse Silvia, dopo aver assaggiato un anello fritto.
- Oh, mi ricordo sì, e io ti sgridavo, dicendoti che non era educazione giocare con il cibo.
- Ma io li mangiavo con più gusto in questo modo! Sono sempre stata una a cui piace sperimentare con i materiali, persino con il cibo e a tal proposito debbo dire che questo fritto misto di mare è davvero delizioso!
Terminata la cena, tornarono in albergo, predisposero le poche cose da infilare nei trolley e si prepararono per la notte. A Silvia venne un’idea: – Mamma, che ne dici se nel letto matrimoniale ci mettiamo io e te e mandiamo il papi a dormire in quello singolo? Così forse sarai meno disturbata dal suo russare ed io, se avrò bisogno di alzarmi di notte per andare al bagno, potrò chiedere il tuo aiuto senza fare troppa confusione.
- Per me va bene, tu che ne dici caro?
- Anche per me non ci sono problemi, tanto io dormo ovunque.
La notte trascorse senza intoppi e il mattino presto si svegliarono tutti e tre ben riposati e di buon umore. Per non scordare il bel sogno fatto poco prima di svegliarsi, Silvia lo raccontò a sua madre, mentre suo padre era in bagno. Preferì farlo in quel momento perché un po’ si vergognava a raccontarlo davanti a lui, mentre con la mamma aveva un rapporto più aperto e confidenziale:
- Sai mamma, ho fatto un sogno bellissimo questa notte e te lo voglio raccontare. Anche nel sogno era notte e mi trovavo in riva al mare con Francesco. Dal bar sulla spiaggia proveniva una musica romantica e noi due ballavamo, abbracciati; poi siete arrivati tu e il papà insieme alla mia amica Claudia, a Luca e ad altri ragazzi. Ad un certo punto è venuta anche Kady che mi ha messo sulla testa un velo da sposa. All’improvviso, la musica è cambiata: un organo suonava la marcia nuziale e di lì a poco si è sentita la voce di Don Antonio che diceva: “Vuoi tu, Francesco prendere come tua sposa la qui presente Silvia?” e lui rispondeva: “Sì, lo voglio!” poi il prete ha fatto la stessa domanda a me, ma subito non potevo rispondere perché mi era venuta la tosse, però alla fine mi è uscito un filo di voce e sono riuscita a pronunciare il mio sì. Allora tutti i presenti hanno iniziato a lanciarci del riso e dei petali di rose, dicendo forte ‘Evviva gli sposi!’. Poi è suonata la sveglia e io ho pensato: ‘Meno male che ho fatto in tempo a sposarmi’ e in quel preciso momento mi sono svegliata del tutto.
- Davvero romantico questo tuo sogno! Chissà che non sia anche premonitore per il vostro futuro…
- Magari! Quando torniamo lo voglio raccontare a Francesco, però sai, quel fatto della tosse, mi ha dato da pensare…
- Ma vah, in fondo è solo un sogno, si sa che nei sogni capita sempre qualche stranezza, suvvia non pensarci troppo!
Uscita dall’hotel, Silvia respirò a pieni polmoni l’aria frizzantina e salmastra, quasi a voler incamerare un ricordo in più di quel breve soggiorno; un vento discreto stava ripulendo le ultime nubi ostinate per lustrare il cielo e sull’asfalto si sentiva ancora l’umido odore della pioggia scesa la sera precedente.
Anche il viaggio di ritorno, per quasi tutta la sua durata, si svolse senza problemi. Per ingannare il tempo, sul treno fecero dei giochi di parole e inventarono delle rime; poi Silvia si mise le cuffiette dell’Ipod per ascoltare un po’ di musica. L’ascolto musicale le fece tornare alla memoria il suo primo ballo con Francesco: si sentì pervadere da un misto di dolcezza e di nostalgia; attendeva con ansia il momento in cui l’avrebbe riabbracciato; tre giorni lontana da lui le sembravano un’eternità, sebbene le entusiasmanti esperienze vissute avessero un po’ attenuato quel senso di mancanza che lì, sul treno, stava emergendo in maniera più pressante. In lei si fece strada il desiderio di poter tornare a Firenze e ad Ancona con Francesco, per renderlo partecipe delle emozioni da lei provate e che difficilmente avrebbe potuto descrivergli a parole.
Mancava solo mezz’ora all’arrivo in stazione quando successe quello che non sarebbe dovuto succedere: il cellulare di Silvia, inaspettatamente, si mise a squillare…
- Pronto?… Che cosa? Oh, mio Dio! Ti sei fatto molto male?… Appena possibile mi farò accompagnare in ospedale da te!… Mi dispiace tanto!… Pregherò per te! Coraggio, vedrai che rimarrai poco tempo in ospedale e presto starai bene… Ti amo tanto anch’io.
- E’ successo qualcosa a Francesco? – le chiese la madre con tono concitato – ti ho sentita parlare di ospedale!
- Sì, purtroppo Francesco ha avuto un incidente in motorino ed ora è in ospedale.
- Ma ti ha detto cosa si è fatto? – le chiese il padre
- Ha subito un trauma cranico, perciò gli hanno fatto degli accertamenti, tra cui una TAC, e si è fratturato il braccio sinistro; comunque, nonostante tutto, dice di sentirsi abbastanza bene.
- Oh poverino, mi dispiace tanto per lui – intervenne Lisa
- Non dirlo a me – aggiunse Silvia singhiozzando – proprio adesso che ero impaziente di poter passare un po’ di tempo con lui…
- Beh, non ti preoccupare, ti porteremo da lui in ospedale e se ci saranno i suoi genitori, tanto meglio – cercò di confortarla il padre
- Ma cosa dici papà? Come tanto meglio? I suoi non sanno che ci frequentiamo ancora, chissà come reagiranno quando andrò là.
- Secondo me – disse Roberto – di fronte all’incidente subito dal figlio non avranno il coraggio di recriminare nulla e forse questa può essere l’occasione proprio per parlare con loro della relazione fra te e Francesco.
Come spesso faceva, la mamma di Silvia trovò il proverbio adatto alla situazione: – In fondo, non tutto il male viene per nuocere.
Appena rientrati a Brescia, i tre recuperarono l’auto al parcheggio della stazione e si precipitarono all’ospedale. Giunta al letto di Francesco, Silvia abbracciò con cautela il suo ragazzo temendo di fargli male e fra le lacrime gli chiese come stava.
- Ora sto bene e non preoccuparti di farmi male, abbracciami senza problemi.
Alla scena assistette meravigliata la madre di Francesco, ma in quel momento non riuscì a dire nulla; poi uscì dalla stanza, seguita da Lisa che pensò di cogliere l’occasione per parlarle del rapporto tra i rispettivi figlioli.
11^ puntata
UN ANNO DOPO…
Silvia riuscì a realizzare il suo piccolo sogno di tornare nei luoghi di quel viaggio nell’arte con il suo amore.
La relazione con Francesco proseguiva senza impedimenti: anche i genitori del ragazzo, alla fine avevano capito che si trattava di una storia seria e che non era giusto ostacolarla.
L’estate precedente, quando Silvia di ritorno dalla gita si era precipitata in ospedale dal suo amore, aveva parlato a lungo con lui, per trovare insieme le parole giuste con cui affrontare i genitori di Francesco. Ormai non c’era più nulla da nascondere. Ma la strada per loro era già stata spianata da Lisa che, in sala d’attesa, aveva conversato con Anna, la mamma del ragazzo, evidenziando i molti aspetti positivi che lei riscontrava nella relazione fra i due ragazzi. Primo fra tutti, l’ingrediente principale, cioè l’amore: lei si era resa conto che i due giovani non vivevano una semplice infatuazione, ma un profondo sentimento. In secondo luogo era innegabile la maturità di Silvia e di Francesco, rispetto a molti loro coetanei. Lisa concluse il suo ragionamento dicendo ad Anna:
- Posso capire la preoccupazione di lei e di suo marito, dovuta al fatto che mia figlia è cieca, tuttavia vi posso assicurare che è una ragazza molto autonoma e compensa il suo handicap con molte doti che, col tempo potrete scoprire anche voi, accettando che Silvia frequenti la vostra casa. Tutti i genitori desiderano il meglio per i propri figli, ma non sempre le nostre aspettative corrispondono alle loro. In ogni caso è giusto dare loro delle indicazioni dettate dalla nostra esperienza e trasmettere i valori e i principi che riteniamo importanti, ma non possiamo sostituirci ai figli nelle loro scelte di vita, per paura che possano avere delusioni e dolori. Così facendo non li aiuteremmo ad essere più felici, e quand’anche compissero delle scelte sbagliate… beh, anche gli errori e le piccole sconfitte aiutano a crescere e a rafforzare la personalità; sbagliando s’impara! Non è d’accordo con me?
Il ragionamento di Lisa non faceva una piega e la madre di Francesco capì d’aver sbagliato, mettendosi in mezzo agli affari di cuore di suo figlio. Alla sera ne discusse con Stefano, suo marito, il quale non ci mise molto a convincersi del fatto che fosse meglio lasciare a Francesco decidere con chi stare, considerato poi che Silvia, tutto sommato, era una ragazza bella, brava e di buona famiglia.
Pertanto, la relazione fra i due giovani proseguì senza sotterfugi e Silvia fece breccia anche nel cuore di Anna e di Stefano, al punto che, l’estate successiva si fidarono a lasciarli andare da soli in vacanza, per qualche giorno, nei luoghi che tanto avevano colpito la ragazza: Firenze ed Ancona.
A dire il vero non erano proprio soli: si trattava, infatti, di un viaggio organizzato insieme ad un’Associazione culturale, cui entrambi si erano iscritti, costituita da giovani disabili della vista e non. Era stata proprio Silvia a proporre quel viaggio agli altri associati, i quali, entusiasmati dai suoi racconti, accettarono la proposta.
Per i due innamorati furono tre giorni da favola: essere lì, in compagnia di amici ma senza il super-controllo dei genitori, li faceva sentire più grandi. Silvia aveva assunto un po’ il ruolo della coordinatrice del gruppo, e vestiva i panni della guida turistica dandosi, per la prima volta in vita sua, delle arie di superiorità, proprio lei che di solito era piuttosto modesta ed umile. Francesco sorrideva a vederla così indaffarata in quel ruolo e la lasciava fare, immaginando per lei un futuro lavorativo in questo settore.
In effetti, Silvia aveva scelto di compiere gli studi linguistici, considerata la sua passione per l’inglese e la predisposizione per le lingue in genere e, una volta conseguito il diploma, contava di seguire un corso universitario di specializzazione nel settore turistico. Aveva concluso il secondo anno di Liceo con ottimi risultati e, al contempo aveva portato avanti il suo proposito di perfezionarsi nel canto, frequentando delle lezioni private. Non solo, per migliorare le sue conoscenze in campo musicale, aveva convinto i suoi genitori ad acquistare un software, visto su internet, che permetteva di editare la musica direttamente in linguaggio Braille usando la tastiera del PC e di convertire la musica scritta in Braille nella normale notazione musicale. Oltre a questi interessi non trascurava la passione per l’arte che, con questo nuovo viaggio, aveva modo di ravvivare.
Le visite ai diversi Musei furono entusiasmanti per Silvia, sebbene mancasse l’effetto sorpresa della prima volta, effetto che riconosceva nelle parole di meraviglia e d’emozione espresse dai suoi compagni di viaggio. Tuttavia, il momento più atteso dalla ragazza doveva ancora arrivare. Certo era felicissima di sperimentare nuovamente l’accostamento all’arte, ma ciò che più le premeva poter rivivere, era il contatto con la sabbia ed il mare di Palombina Nuova accanto al suo amore.
12^ puntata
E finalmente anche questo piccolo desiderio si avverò: per un po’ rimasero con gli amici a chiacchierare in spiaggia.
Marco, un ragazzo della comitiva, chiese agli altri se tra loro c’era qualcuno appassionato di cinema e se avevano sentito parlare del cortometraggio Mojito.
Intervenne Serena, una ragazza ipovedente:
- Se non sbaglio è un film che è stato presentato al festival di Cannes dello scorso anno e che può essere fruito anche dai non vedenti.
- In che senso? – chiese Silvia
- Nel senso che – rispose Marco – questo corto è stato creato con una doppia sceneggiatura, legata da un lato a quanto si può vedere sullo schermo e dall’altro lato, basata soltanto su quello che si ascolta.
- Ma l’audio commento per i non vedenti esisteva da un pezzo – affermò un’altra ragazza cieca
Marco provò a spiegarsi meglio: – In questo caso non si tratta di semplice audio commento, che descrive ciò che si vede sullo schermo. Con la multisensorialità di Mojito si va ben oltre: la colonna sonora presenta una logica narrativa molto precisa fatta di suoni, voci e rumori che avvolgono lo spettatore permettendogli di seguire pienamente lo svolgimento delle vicende.
- Ma che storia racconta questo film? – s’incuriosì Silvia.
Di nuovo parlò Serena: – Una sera ho seguito una trasmissione alla radio dove intervistavano il regista di Mojito, il quale ha definito il suo corto ‘una storia d’amore da gustare ad occhi chiusi’ e si tratta, infatti, di una storia d’amore tra due ragazzi ipovedenti, girata a Venezia.
- Che bello! Spero, un giorno, di riuscire davvero a gustarmi al cinema questo film o un altro dello stesso tipo, girato con la medesima tecnica- aggiunse Silvia
- Se ci sarà l’occasione, ci andremo insieme a vederlo – disse Francesco – peccato però che questo ‘Mojito’ duri solo venti minuti
- Probabilmente sarebbe stata un’impresa troppo ardua costruire una sceneggiatura multisensoriale come questa, con un tempo più lungo – ipotizzò Marco
- D’altronde i cortometraggi si chiamano così proprio perché durano poco – sentenziò Silvia.
- Beh ora basta parlare di cinema, che ne dici se andiamo a farci una passeggiata in riva al mare, io e te da soli?” disse Francesco rivolgendosi a Silvia; la ragazza accettò e propose: – Magari ci prendiamo anche un bel gelato, ho voglia di qualcosa di fresco e goloso.
Il resto del gruppo rimase sotto gli ombrelloni: chi a riposare, chi a chiacchierare, qualcuno a giocare a carte.
Intanto i due innamorati, camminando abbracciati, si diressero verso il chiosco dei gelati; Silvia prese un cono ai gusti di panna e cioccolato e Francesco una granita alla menta. A Silvia rimase un po’ di cioccolato sul mento e lui, premuroso, glielo tolse con un tovagliolino di carta. Terminata la consumazione, si avviarono verso il bagnasciuga, camminando un po’ sulla sabbia umida e un po’ con i piedi nell’acqua.
Silvia respirava intensamente, quasi a voler incamerare per sempre il ricordo dell’odore del mare mescolato al profumo di cocco lasciato, sulla pelle di Francesco, dal latte solare che si era spalmato poco prima. Proprio in quel momento passò accanto a loro un venditore di cocco; in una mano teneva un cesto, ricolmo di pezzi del goloso frutto tropicale, e nell’altra un secchio con l’acqua, che serviva a lavare e rinfrescare le fette di cocco. Lungo il suo percorso, il ragazzo ogni tanto gridava: – Cocco fresco, cocco bello… A chi mangia il cocco bello, tanto di cappello!…
- Sai – fece Silvia – da piccola, quando venivo al mare chiedevo spesso ai miei di comperarmi il cocco: loro mi accontentavano ritenendola una merenda più sana e nutriente di molte altre; io lo chiedevo non solo perché mi piaceva, ma soprattutto per fare un gioco che m’ero inventata. Immaginavo di essere una ragazza povera, che vendeva cocco su una bancarella vicino al mare, e che al termine della mia giornata di lavoro, sempre poco redditizia, per sfamarmi avevo solo un tozzo di pane e un pezzo di cocco. I pochi soldi guadagnati invece, li dovevo portare a casa ai miei genitori, che avevano altre quattro bocche da sfamare: due sorelle gemelle e due fratellini, tutti più piccoli di me. La mamma di sera contava i soldi e ne destinava una parte per il pranzo: ogni giorno la stessa minestra e un po’ di pane, la rimanenza del denaro era conservata per acquistare al mercato il cocco, che poi io avrei rivenduto, a pezzi, in spiaggia. La mamma, che nel gioco ero sempre io, preparava il cocco a pezzi e teneva da parte il suo latte per la colazione.
- Certo eri un po’ strana da bambina! Pensavo che le piccole adorassero fingere di essere delle principesse o delle fate!
- E io, invece, preferivo giocare a fare la povera e a dover escogitare i modi per sopravvivere alla miseria. Ricordo che una volta avevo finto che il foulard di mia madre fosse una stoffa trovata sulla spiaggia ed io, vestita quasi di stracci, l’avevo nascosto nella cesta, sotto ai pezzi di cocco (in realtà l’avevo messo nel secchiello per la sabbia). A sera, nel mio gioco, avevo mostrato la stoffa alla mamma che, tutta contenta, l’aveva trasformata in una gonna per me.
- A questo punto – la interruppe Francesco – mi viene da pensare che una delle tue fiabe preferite fosse ‘La piccola fiammiferaia’, sbaglio?
- Hai fatto pieno centro, anzi era la mia fiaba preferita in assoluto, seguita da ‘Hansel e Gretel’, tanto per restare in tema di povertà
- E ti pareva?- disse ridacchiando Francesco, mentre con la mano le scarmigliò i capelli.
- E tu, che tipo di giochi preferivi fare da bambino?
- Beh quando andavo alla scuola materna adoravo giocare con le costruzioni e con le piste per le macchinine, divenuto un po’ più grande ho iniziato ad appassionarmi ai giochi con la palla: calcio, pallavolo, pallacanestro… però mi piaceva anche passare molto tempo a leggere e sai qual’era la storia che preferivo?
- Qualcosa che aveva a che fare con il pallone?
- No, era “Il Piccolo principe”
- Ah, quel libro dove c’è la famosa frase: “Non si vede bene che con il cuore” e poi, aspetta… “L’essenziale è invisibile agli occhi”
- Esatto proprio quello, e mi piaceva per frasi come queste e per le avventure vissute dal Piccolo principe nei mondi diversi da lui visitati. Leggendolo, sognavo anch’io di fare quei viaggi e di poter parlare con animali, fiori e via dicendo.
- Sai, sarei molto contenta se un giorno tu me lo leggessi, mi piacerebbe proprio ascoltare la tua voce, mentre leggi la storia che preferivi da piccolo.
- D’accordo, ti prometto che, tornati a casa andrò a cercarlo nella mia bibliotechina e te lo leggerò.
Avendo già percorso un bel tratto di lungo-mare, decisero di fermarsi un po’ a riposare; si spostarono sulla sabbia asciutta e si sedettero per terra. In quel momento squillò il cellulare di Silvia…
13^ e ultima puntata
- Si? … Ehi, ciao! Come stai? … Mi fa piacere, sì anch’io sto bene, mi sento come fossi dentro ad una favola, sono stra-felice di essere qui con Francesco. Ma raccontami di te: come ti trovi lì a Portsmouth?… Ah bene! Siete già stati a visitare Londra? … E l’isola di Wight, non è lontano da dove vi trovate se non sbaglio … ah ieri, e t’è piaciuta? … Bene, bene, quand’è che ritorni? … Quando rientri telefoni che così ci mettiamo d’accordo per un’uscita a quattro, ok? … Grazie d’avermi chiamata, sono proprio contenta! Ah, ti saluta Francesco! … Un bacione anche a te e buon ritorno!
- Era Claudia da Londra vero? Come se la passa? S’incuriosì Francesco – Bene, bene, è già stata a visitare Londra nel fine settimana e ieri è stata all’isola di Wight e per fortuna c’era bel tempo, così s’è goduta meglio il panorama dall’isola che, a suo dire, è davvero strepitoso. Però tutti gli altri particolari me li racconterà quando ci vedremo al suo ritorno.
- Ho sentito che parlavi di un’uscita a quattro, immagino che intendessi noi due con Claudia e Luca.
- Certo, visto che ora si frequentano anche loro due, possiamo fare qualche giro tutti insieme.
- Oh bene, così sentiremo altri particolari del suo viaggio di studio
- Già, di studio e di divertimento. E di Luca, cosa mi racconti, si è ripreso dalla bocciatura?
- Abbastanza, ed ora sta “riparando” alla scarsa responsabilità dimostrata durante l’anno scolastico, impegnandosi nel lavoro che gli ha procurato suo padre.
- Che lavoro sta facendo?
- Fa il cameriere in una pizzeria, non so se la conosci, si chiama “Orchestra di sapori”
- Che strano nome per una pizzeria
- Credo che l’abbiano chiamata così perché oltre a preparare un sacco di pizze con gli ingredienti più vari, spesso intrattengono i clienti con musica dal vivo
- Tu ci sei stato a mangiare lì qualche volta?
- Sì, un paio di volte e ti assicuro che la pizze sono davvero squisite, l’unica pecca è che si paga un sovraprezzo di un euro quando c’è musica dal vivo, ma secondo me ne vale la pena.
- Beh, potremmo andarci insieme una qualche volta
- Sai, mi è venuta un’idea: potremmo andare lì a mangiare e in quell’occasione, parlare col proprietario per proporre una serata in cui tu potresti cantare, che dici, te la sentiresti?
- Penso di sì, organizzandola con un certo margine di tempo davanti, in modo da potermi preparare bene, sai non vorrei far brutta figura!
- Oh, sì hai ragione, comunque non corriamo troppo con la fantasia, bisogna vedere se il proprietario dice di sì.
- Naturalmente…
Per alcuni minuti restarono così, abbracciati, senza parlare; a Silvia parve anche di sentire il suono di un tamburo e di un balafon, ma era uno scherzo della mente: tese l’orecchio, sentì solo il brusio della gente che passeggiava in riva al mare, confuso col rumore delle onde.
Chissà dov’erano in quel momento i musicisti africani conosciuti l’anno prima…
Fu allora che Silvia si ricordò del sogno fatto l’estate prima e che, tornata a casa, non aveva più raccontato a Francesco; iniziò quindi a narrare:
- Sai? L’estate scorsa, la notte prima di tornare a Brescia, ho fatto un sogno che ci riguardava e che avevo intenzione di raccontarti ma poi, con l’incidente che ti era successo, m’ero scordata di parlartene…
- Raccontamelo ora, sono proprio curioso di sapere cos’avevi sognato
- Nel sogno, era notte e noi due stavamo proprio su questa spiaggia, abbracciati come ora; ad un certo punto arrivavano i miei genitori e i nostri amici che ci buttavano riso e petali di rosa, gridando ‘Evviva gli sposi’ e io indossavo un velo da sposa
- Che bello! Forse hai sognato il nostro futuro
- Beh, speriamo che sia proprio così.
In quel momento, arrivò una folata di vento a scompigliarle i capelli e a far svolazzare il suo leggero copricostume. La brezza marina mosse anche il ricordo della poesia che aveva abbozzato sulla spiaggia proprio l’estate precedente. Pochi giorni dopo il suo rientro a Brescia l’aveva rivista e corretta, rendendola più musicale.
Avvicinò la bocca all’orecchio di Francesco e lentamente cominciò a recitare:
“Oggi ho incontrato un Angelo…
portava tra i capelli
il profumo del bosco,
nelle vesti ondeggianti
l’odore del mare.
Con ali leggere
m’ha sfiorato i pensieri,
ho teso la mano
e m’ha insegnato a volare.
Conducendomi lontano,
lungo aerei sentieri,
l’Angelo maestro
ha raccolto in un canestro
il canto del vento,
per farmi ricordare
il dolce sentimento
che dimora nel mio cuore:
l’oceano di luce
creato dal tuo amore”.
Francesco, le prese le mani e se le portò agli occhi per asciugare via le lacrime, poi la baciò delicatamente e in quel momento un Angelo, o forse un gabbiano, li sorvolò, allontanandosi rapidamente verso la linea dell’orizzonte.
Francesco, sollevando il viso, fece appena in tempo a vederne le ali, mentre l’essere alato s’inoltrava in uno squarcio purpureo, lasciato su una nuvola dagli ultimi raggi di sole. Il ragazzo chiuse gli occhi come a voler imprimerne il ricordo in fondo al cuore…
aiutando Silvia ad alzarsi, mormorò: – Si è fatto tardi, è ora di tornare.
E’ una storia un pò triste, anche se piena di vita.
… Chissà come continua?
Piero
Domani ne pubblicherò un’altra parte, grazie per avermi seguita anche in questo percorso. Ciao, Annita
… prosegui …
p.
Ho letto le tre puntate del tuo racconto per ragazzi.
Lo stile è veramente pregevole: fluido, scorrevole, senza ripetizioni. Diciamo chiaro ed esaustivo per dei ragazzi ( e non solo per loro). Molte descrizioni accurate accompagnate dalle sensazioni di una non vedente. Da questo punto di vista ti devo fare i miei complimenti. Quello che manca è il ritmo, troppo pacato, quasi lento.Di questo ne risente anche il tono narrativo.
Aspetto le puntate successive.
Un saluto e un abbraccio
Grazie della tua analisi che condivido: è vero, il racconto è lento e quindi la narrazione s’indebolisce. Non se se è dovuto al fatto che la mia scrittura rispecchia un po’ le mie caratteristiche psicologiche (sono piuttosto tranquilla, faccio le cose con calma, non riesco quasi mai a fare due cose per volta), o se la causa sta nel fatto che è stato il mio primo racconto lungo (e comunque ne ho fatti pochi anche di brevi), o se risenta del poco tempo che gli dedicavo giornalmente quando l’ho scritto (era un periodo in cui mi si erano accumulati parecchi impegni, per cui scrivevo dei brevi pezzetti e poi lasciavo lì e riprendevo in mano anche a distanza di giorni. Forse sono anche tutte queste cose insieme. Sicuramente mi trovo più a mio agio ad esprimermi con poesie e filastrocche, per quanto anche lì ci siano a volte cose poco riuscite. Un caro saluto, Annita
Leggo la quarta punta del tuo racconto lungo. Non mi ripeto, anche se qui il ritmo si sveltisce un po’.
Rispondo al tuo lungo replay. Anche a me piace molto l’introspezione psicologica, che ho apprezzato nelle quattro puntate. Quello che serve, nel caso in cui pensi di rimettere mano al racconto, sono le forbici. Detto in altre parole è sufficiente sveltire la narrazione, elimando qualche indugio nell’esame delle situazioni o delle descrizioni, superflue per la storia. Ad esempio, la descrizione del litigio tra i due fratelli durante il viaggio verso Firenze potrebbe essere ridotto all’essenziale, perché è del tutto ininfluente nella trama. Al massimo puoi aggiungere le riflessioni di Silvia, ma forse non servono.
Grazie, per i tuoi utili suggerimenti; è vero a volte ci sono degli elementi “sovrabbondanti”, ti confesso che quando ho scritto il tutto invece che tagliare ho aggiunto ma soltanto perché dovevo arrivare ad un certo numero di cartelle (richieste dal regolamento del concorso a cui avevo spedito il racconto). Certo avrei dovuto aggiungere fatti nuovi, invece che allungare quelli già presenti, però in quel momento mancavo di nuove idee. Lo sto pubblicando tal quale proprio per avere consigli costruttivi come i tuoi, che mi potrebbero tornare utili in caso volessi provarci con qualcos’altro in futuro. Ciao, Annita
Continuo il percorso di lettura: quinto capitolo.
Direi non male pur coi limiti sui quali ci siamo già spiegati: forbici per taglaire il superfluo, che in questo caso è relativamente poco.
Lo stile è sempre pregevole, che denota una discreta padronanza. Il ritmo è discreto fin quasi alla fine, dove cala e si appiattisce. Al posto del supefluo (ad esempio il mangiare e il bere prima di scendere di Silvia e Geoffry) potresti sviluppare maggiormente le analisi e le riflessioni di Silvia, che sono appena abbozzate.
Aspetto la prossima
Un caro saluto
Grazie per la tua puntuale analisi, un caro saluto, Annita
Direi, senza paura di essere smentito, che questa sesta puntata sia la migliore di quelle finora lette. Delicata nel raccontare questo amore tra due adolescenti, molto profondo nelle analisi dei sentimenti. Però quello che rende più gradevole la lettura è lo spirito e l’atmosfera che hai saputo creare. Non ci sono pause, ogni pensiero è concatenato nell’altro. I cambi di situazione sono rapidi e scorrevole senza creare fratture nella narrazione.
Avrai capito che mi è piaciuto.
Un abbraccio
Grazie ancora per non aver abbandonato la lettura e per il tuo lusinghiero commento. Quando può uscire il mio lato romantico, probabilmente riesco ad esprimermi meglio.
Ricambio l’abbraccio
Questa settima puntata è tornata del solco delle prime cinque. Lucie ombre nella narrazione si susseguono. Ovviamente le ombre sono le pause (ne cito due per esempio: il pasto del turista oppure l’elenco della borsa di Maria-Poppins). Le luci sono le parti più articolate e analizzate. Ad esempio i ricordi di bambina, le sensazioni che prova col caldo e col freddo.
Le lettura è sempre piacevole, fluida. Perché continuo a leggere? Perché mi piace pur con le varie contraddizioni rilevate nei miei commneti.
Un abbraccio
ho letto stasera fino al sesto capitolo del tuo racconto e l’ho trovato dolcissimo mi sono chiesta subito perchè avessi scelto un racconto su una ragazza cieca poi pian piano che andavo avanti nella lettura e mi immedesimavo nella ragazza mi hai fatto ricordare quando il mio insegnante di modellato, ci faceva chiudere gli occhi e ci costringeva a sentire con il tatto, i volti dei nostri compagni per imparare a immaginare le forme,All’inizio ci sembrava una cosa inutile poi, ne capii l’importanza. Imparare ad usare tutti i sensi, impari a conoscere meglio le cose a viverle, apprezzarle. e forse ad avere quel sesto senso in più.Continuerò a leggerti perchè anche a me piace molto. ciao
Grazie a Gianpaolo e a Gabri. Ho scelto di raccontare questa storia ai ragazzi ponendomi l’obiettivo di far in qualche modo conoscere alcuni aspetti di diverse abilità, il “paesaggio artistico” che si cela nel mondo interiore e per incuriosire verso alcuni caratteristiche dell’arte. Essendo la prima volta che mi cimentavo con un racconto lungo e avendo preparato il tutto in due mesi (ma nei pochi ritagli di tempo libero da impegni di lavoro e famiglia), ci sarebbero bisogno di molti rimaneggiamenti. L’ho pubblicato tal quale proprio per accogliere anche suggerimenti correttivi, oltre che eventuali apprezzamenti su qualche passaggio della storia.
Proseguo nella lettura, perché dagli scritti di altri si possono cogliere stimoli e utili indicazioni sul come migliorarsi.
Dunque puntata numero otto.
Ha un taglio differente dalle altre sette. Qui prevalgono i dialoghi sul resto. Devo ammettere che ti sei destreggiata con abilità, perché non sono mai deludenti o banali. Un modo per trasmettere qualche messaggio. Silvia, proprio per essere meno abile di altri, si dimostra più matura e consapevole dei propri limiti.
Interessante è l’inserzione di una bella poesia, anch’io una volta ho usato questo meccanismo.
Il tono mi sembra corretto e adeguato ai pensieri che hai espresso.
Un cambio di rotta che dimostra come avessi in mente con chiarezza il percorso del racconto.
Aspetto la puntata numero nove.
Hai ragione caro Gianpaolo, la lettura dei lavori altrui è sempre arricchente. Anche dagli errori ovviamente si può imparare; così come dai commenti costruttivi come i tuoi. Ti ringrazio per questa nuova analisi, sono contenta che ti sia piaciuta; spero che anche nel proseguo trovi una certa validità ed interesse, anche se mi rendo conto che il mio racconto ha “alti e bassi”. Un caro saluto, Annita
Puntata numero nove.
Interessante è la carrellata su quegli strumenti africani, che mostra come ti documenti senza lasciare nulla al caso. E’ chiaro che sarebbe stato sufficiente parlarne di un paio, ma sei assolta perché hai stimolato la mia curiosità su questi strumenti.
Il resto della puntata mi è piaciuto sia per il messaggio che Silvia trasmette tramite la tua penna sia per quello che hai espresso.
Molto interessante è pure la posizione dei genitori, mai apprensivi ma molto educativi. Non so il perché mia mi apre che stai trasmettendo i valori che stanno dentro di te.
Complimenti.
Avanti con la decima.
Un grande sorriso per te e una serena serata.
GP
Un ringraziamento di cuore per la tua puntuale lettura e per il tuo apprezzamento. E’ vero, ai fini della narrazione bastava un breve accenno agli strumenti, ma essendo un racconto rivolto ai ragazzi, uno dei miei intenti era proprio quello di stimolarne anche la conoscenza di forme d’arte (pittura, scultura, musica…); questa volta ho pubblicato senza i link perché andavo di fretta, ma li aggiungerò presto, come ho fatto qua e là nella storia. La mia innata propensione per l’insegnamento e l’educazione si svela anche in queste cose, così come appare dai messaggi e valori che cerco di far apparire e che, come tu hai colto, mi appartengono. Mi hai fatto ricordare il laboratorio sulla poesia che ho svolto qualche anno fa con alunni di quinta in alcune scuole di Cerea;oltre a dare delle “dritte” didattiche sul fare poesia, nel rispondere alle loro domande dei ragazzi e nella scelta di certe mie poesie come esempi, ho provato a trasmettere alcuni valori in cui credo. La soddisfazione più grande l’ho avuta quando qualche alunno, creando dei propri versi a fine laboratorio ha ripercorso questa mia strada. Un abbraccio, Annita
Aspettavo questa puntata, la decima, che presenta più ombre che luci. La causa la conosciamo già. Due punti sono stati trattai molto bene: il sogno e la visita all’ospedale.
Il sogno mi sembra ben costruito. Unico neo le riflessioni di Silvia si riducono a poche righe. L’approccio alla visita all’ospedale, la visita stessa sono il prologo, immagino, al chiarimento tra i genitori dei ragazzi.
Quindi aspetto la puntat numero 11
Un caro saluto
GP
Grazie, ricambio con simpatia, Annita
Nuova puntata e nuovo commento.
La numero undici si svolge su due piani: quello dei genitori, dove si sente pienamente la tua mano di insegnante (mi pare di ricordare) e di genitore (non so se ho colto il segno) e quello dei due ragazzi.
Sono due piani che si intersecano in più punti senza attriti tra loro.
Avrai compreso che questa puntata mi è piaciuta e in particolar modo il discorso di Lisa a Anna.
Deduco che hai in serbo altre puntate.
Le aspetto.
Un grande abbraccio
Gian Paolo
Si caro amico di blog, hai colto nel segno, quando ho scritto il racconto mia figlia era quasi maggiorenne e sono insegnante di scuola dell’infanzia. Mi fa piacere che questo passaggio della storia ti sia piaciuto. Il racconto è quasi terminato. Buona giornata
Annita
Proseguo nella lettura con la punta numero dodici.
Francamente mi aspettavo qualcosa di meglio dopo la numero undici. però capisco che non sempre è possibile.
La prima parte è un po’ didascalica e senza troppi sprazzi narrativi.
La seconda con i ricordi di bambina di Silvia migliora la situazione ma rimane deficitaria nella storia. Sembra quasi un capitolo posticcio per i motivi che hai già ampiamente descritto.
L’aspetto migliore è lo stile veramente fluido, facile da comprendere (doveva partecipare a un concorso per racconti per ragazzi).
Dunque siamo arrivati al finale.
Chissà che chiama Silvia e perché.
Un abbraccio
E finalmente siamo giunti al finale. Sì, è vero certe parti sono un po’ strascicate, in effetti quando ho scritto il racconto ho dovuto raccogliere le idee in poco tempo ed ho partecipato al concorso più per accontentare gli amici che per una mia esigenza personale. Mi ero accorta ben presto che mi ero inventata una storia un po’ difficile da portare avanti, soprattutto perché ho scelto una protagonista priva della vista che in realtà è il canale sensoriale che io utilizzo di più sotto il profilo emotivo, della memoria e dell’apprendimento. Sapevo bene di non avere chance al concorso, forse avrei potuto ricevere una qualche segnalazione se fosse stato riservato a concorrenti locali, mentre sono giunte opere da tutta Italia e alcune scritte da “gente del mestiere”. Comunque è stato un bell’esercizio di scrittura.
Spero almeno si sia capito che il tema richiesto dal concorso era quello del viaggio.
Buon fine settimana, Annita
Siamo arrivati alla fine del viaggio.
Un finale tutto romantico senza mai strafare con incastrata una bella poesia.
Tirando le conclusioni, mi sembra che non sia male né la storia né lo svolgimento. Lo stile, non sono un critico ma un semplice lettore che esprime quello che ha provato, è scorrevole, fluido, senza errori. Diciamo che lo promuovo a pieni voti.
La storia? E’ difficile, per chi non ha quel handicap ma mi sembra che sia stata tradotta bene.
Se per caso pensi di riprenderlo in mano, elimina le parti non essenziali alla storia, ai protagonisti, cercando di valorizzare le parti che definiscono le caratteristiche degli stessi.
Scrivere bene con storie interessanti è difficile, ma farlo per divertimento e scommessa con se stessi è quanto di meglio che si possa ottenere.
Senza dubbio ha delle doti che puoi mettere a frutto, sfruttando in particolare quello che conosci meglio.
Buona domenica e un abbraccio
Gian Paolo
Grazie Gian Paolo per il tuo apprezzamento, per i tuoi preziosi consigli e per avermi seguita con costanza in tutte le puntate. Sono contenta di aver conosciuto uno scrittore e lettore speciale come te. Prossimamente pubblicherò un altro racconto (assai più breve di questo) sempre sul tema del viaggio ma con un taglio assai diverso, spero vorrai seguirmi anche allora. Un abbraccio e un augurio di una nuova settimana ricca di esperienze positive!
Annita
Certamente lo leggerò! La tua scrittura mi piace e poi si può sempre conoscere cose nuove.
Ricambio l’augurio per una settimana positiva.
Gian Paolo
PS mi farà molto piacere se mi segnali gli eventuali errori o refusi nel racconto Amanda. Sono il mio cruccio nonostante ci ponga molta attenzione.