Racconti

Racconto n° 5  - VALENTINO E IL SOGNO DELL’INVERNO

(prosecuzione del n° 4)

Valentino, nel suo cuore, aveva un desiderio molto serio: incontrare ancora una volta Arborella, la Fata del bosco… Come fu, come non fu, una notte  riuscì a tornare nel bosco della fata. Quando  arrivò alla casa di Arborella vide che la fatina non era sola, ma con lei c’era una bellissima fanciulla tutta vestita di bianco, con gli occhi di un azzurro molto chiaro e i capelli che parevano lunghi fili di seta argentata.

Arborella, nel vedere il suo amico sorpreso, sorrise ed invitandolo ad entrare gli disse: “Vieni Valentino, ti presento mia cugina “Nevina”, la fata della neve”. Nevina, stringendo nella sua candida e gelida manina quella del bambino, esclamò: “Piacere di conoscerti Valentino, Arborella mi ha parlato a lungo di te!” ed il piccolo, percorso da un brivido lungo la schiena, le rispose: “Anch’io sono contento di conoscerti, però se non ti dispiace vado vicino al caminetto, perché mi è venuto freddo”. “Oh, scusami – mormorò dispiaciuta Nevina – devo essere stata io a farti rabbrividire con le mie mani gelide, ma capirai che la fata della neve non può certo essere calda, a proposito, vuoi che ti dica perché mi trovo qui?”.

Valentino, allungando le mani verso le braci del caminetto, annuì con la testa e la fatina gli raccontò:

“In questa stagione dell’anno, ovvero l’inverno, io vengo sempre a trovare Arborella per darle il cambio, così mentre lei si prende una vacanza, io mi metto all’opera: il mio compito è quello di stendere una bianca coperta di neve sui monti e, talvolta sui campi; quando non porto la neve mi diverto a ricamare, sui rami degli alberi e sulle zolle di terra, bianchi merletti di brina. Prima del mio arrivo, i folletti dei colori hanno aiutato mia cugina a seminare nei campi i chicchi di grano, così a primavera cresceranno le nuove piantine. In questo periodo anche i folletti si prendono un po’ di riposo, a parte il folletto del grigio che, di sera o di mattina, ogni tanto spruzza il suo colore qua e là, creando la nebbia.” Intervenne Arborella: “Anche tu Serafino fai come la maggioranza della gente che non ama l’inverno e si lamenta sempre del freddo, delle giornate corte, del brutto tempo e dei malanni di stagione?”

Valentino ci pensò un momento e poi rispose: “Beh, è vero, qualche volta mi lamento del freddo quando esco di casa, però l’inverno ha una cosa che le altre stagioni non hanno e cioè un sacco di feste che piacciono tanto a noi bambini”.

“E’ vero! -  aggiunse Arborella – c’è Santa Lucia, il Natale, la Befana, il carnevale con le mascherine… è per questo che preferisco prendermi la vacanza in questa stagione, per godermi meglio le feste!”.

Anche Nevina volle dire la sua: “E della neve, che ne pensi Valentino, ti piace giocare con la neve?”. “Oh sì, molto – rispose il bambino – soprattutto mi diverto a fare la battaglia con le palle di neve insieme ai miei amici e a costruire i pupazzi di neve con il mio papà”.

“A proposito di neve – lo interruppe Arborella – scusami ma ti devo lasciare, sto per partire per la montagna e devo finire di preparare le valigie, finalmente anch’io mi potrò divertire con lo slittino e gli sci”.

“Allora vi saluto entrambe e torno a casa – disse Valentino – ma prima, voglio lasciarvi un piccolo ricordo di me: ho portato questo disegno, vedi Arborella? Ti ho disegnata mentre compi la magia dell’autunno”

“Oh grazie, Valentino, sei proprio un caro bambino”, rispose la fata, salutandolo con un bacio.

E in quel momento il bambino si svegliò, sentendo il caldo bacio sulla fronte che gli stava dando la sua mamma.

 

Nevina, la Fata della neve

(dalla mia silloge “Nuvole di zucchero”)

Ecco arrivare la Fata della neve

dal cielo scende danzando lieve,

piroettando, i monti ammanta,

imbianca i boschi e un po’ se ne vanta.

Di nivei merletti e candide trine,

riveste i tetti e le sinuose stradine.

Ai bimbi Nevina dona bianche stelline

e candidi fiocchi regala alle bambine.

Per rallegrare voi che sciate,

la Fata, giù manda, neve a palate.

Nevina sussurra agli sportivi

di fare attenzione lungo i declivi,

con bob, sci e slitte, la bella emozione,

potrebbe finire in un ruzzolone.

Per chi si sente un poco artista,

la Fata prepara una bella provvista

di candida neve da plasmare

in pupazzi, castelli o ciò che gli pare.

Per chi non è stanco e si vuol divertire

Nevina ammonticchia una scorta speciale

di gelide palle, da poter lanciare

per giocare a “battaglia nevale”.

(ANNITA)

**********************

Racconto n°4 -VALENTINO E IL SOGNO DI FATA ARBORELLA

Una notte Valentino fu svegliato dal suono di una musica molto dolce; appena sveglio si mise seduto sul letto ad ascoltare e in quel momento sentì anche una voce lontana che lo chiamava: “Valentino,Valentino vieni, raggiungimi!”. Il bambino aprì la porta della sua camera per vedere chi lo stava chiamando e… Sorpresa! Il corridoio della sua casa non c’era più, ma al suo posto era apparso il sentiero di un bosco; non c’era più nemmeno il buio di poco prima, ma un tiepido sole filtrava tra i rami degli alberi. Il sentiero era coperto da un soffice tappeto di foglie di tanti colori: rosso, giallo, marrone, arancione, viola… gli stessi colori che Valentino poteva ammirare sulle poche foglie rimaste appese ai rami, spruzzate qua e là dei toni del verde. D’un tratto passò lì accanto, svelto, svelto, uno scoiattolino che teneva stretta, tra le zampette anteriori, una ghianda. Un momento dopo Valentino sentì degli strani scricchiolii e un po’ si spaventò, nel veder muoversi il mucchio di foglie che c’era ai piedi di un albero lì vicino. L’espressione di paura sul viso del bambino, si tramutò presto in un sorriso, quando dal fogliame spuntò il grazioso musetto di un riccetto,  che stava preparandosi un caldo letto di foglie, fili d’erba e pezzetti di corteccia. L’attenzione di Valentino fu nuovamente catturata dalla melodiosa vocina che lo stava chiamando: “Valentino, Valentino, vieni!”, così il bambino continuò a percorrere il sentiero e dopo un po’, svoltando a destra, vide una graziosa casetta, dipinta con gli stessi colori delle foglie: il tetto rosso, le persiane verdi, la porta marrone, le pareti pitturate di giallo e arancione.

Valentino stava per bussare, quando la porta si aprì, lasciando il bambino a bocca aperta per lo stupore: davanti a lui c’era una bellissima fata  dagli occhi color del cielo e i capelli color dell’oro; la fatina teneva in mano una strana bacchetta magica a forma di fiore, tutta variopinta.

La fatina disse: “Ciao Valentino, sono felice che tu abbia ascoltato il mio richiamo e sia venuto fin qui, io sono Fata Arborella e ad ogni stagione dell’anno compio una magia…” Il bimbo, incuriosito, la interruppe, chiedendole: “Quale magia?” e la fatina spiegò: “All’arrivo di una nuova stagione io cambio i colori dei vestiti della Natura, abbellendoli con frutti, foglie, fiori o altri magici decori.” E Valentino aggiunse: “Uaho, ma fai tutto questo da sola?”- “Certo che no, ho i miei aiutanti: la mia fedele bacchetta magica e i folletti dei colori” – Valentino, saltellando di gioia, disse: “Che bello, conosci dei folletti! Li fai conoscere anche a me?”. Arborella gli rispose: “Mi dispiace ma ora sono al lavoro nei boschi, però se torni a trovarmi domani ti prometto che te li farò conoscere”. “D’accordo, a domani allora, ciao Arborella!” – “Ciao Valentino!”.

Tornando verso casa, Valentino fece una corsa per scaldarsi un po’, eh già ormai era arrivato l’autunno e non conveniva uscire all’aperto in pigiama e ciabatte, come aveva fatto lui, perciò si ripromise che il giorno dopo avrebbe indossato un giubbetto e un paio di scarponcini. Essendosi un po’ scaldato rallentò la corsa e si mise a guardare le foglie appese ai rami, che ogni tanto dondolavano, scosse da un lieve venticello; guardando in alto si accorse che una coppia di rondini stava volando nel cielo. Valentino si ricordò che la maestra gli aveva spiegato che all’arrivo della stagione fredda, alcuni uccelli, come le rondini, lasciano il loro nido e se ne vanno verso i Paesi caldi, come l’Africa, per trovare il cibo ed il clima adatti a loro. Il bambino salutò gli uccellini: “Ciao rondinelle, buon viaggio, ci rivediamo a primavera!” – “Ciao Valentino, ben svegliato!” Il bambino aprì gli occhi: a parlargli non erano state le rondini ma la sua mamma che era appena entrata nella sua cameretta per svegliarlo. Eh già, anche questa volta il nostro amico aveva sognato una fantastica avventura…                                                                            Continua…

(ANNITA)

*********************************

Racconto n°3 – UN CORAGGIO DA LEONI (piccoli lettori)

Nel villaggio Zimbadù, viveva una tribù di gente pacifica, dove una legge non scritta, ma tramandata a voce di padre in figlio, stabiliva compiti e ruoli di ciascun abitante del villaggio. Un personaggio molto importante per la sopravvivenza della popolazione era lo stregone Gadura. Dovete sapere che tra i Zimbaduesi era usanza avere un capo-villaggio aiutato da tre stregoni, ciascuno specializzato in un settore. Gadura era capace di comandare agli animali feroci. Degli altri due stregoni, Factaro si occupava di preparare pozioni e medicamenti per curare le malattie e Teschilo comunicava con gli spiriti degli antenati.  Con Gadura a vigilare che nessun animale feroce facesse loro del male, i zimbaduesi dormivano sonni tranquilli, ma un brutto giorno… Lo stregone Gadura si ammalò di una sconosciuta malattia che lo obbligava a stare steso sul suo pagliericcio, senza avere la forza né di alzarsi, né di parlare. Subito venne chiamato Factaro, per vedere se con le sue erbe e pozioni riusciva a curare Gadura. Niente da fare, appena l’ammalato inghiottiva una medicina, la vomitava e nulla sembrava avere effetto. Allora chiamarono Teschilo, affinché interrogasse gli spiriti degli antenati per avere un suggerimento su come intervenire per curare Gadura. L’unica cosa che Teschilo ottenne fu la notizia che un leone feroce e molto affamato si stava avvicinando al villaggio e che se non l’avessero  fermato in qualche modo, molti abitanti avrebbero fatto una brutta fine. Mazimbù, il capo-tribù, convocò immediatamente una riunione con i saggi del villaggio, ossia gli anziani capi-famiglia. Il problema principale consisteva nel fatto che loro, essendo molto pacifici, ed avendo sempre contato sulla protezione dello stregone Gadura, non avevano mai combattuto, né affrontato belve feroci. Discuti, discuti, ad un certo punto il saggio più anziano ebbe un’idea: “E se noi chiedessimo a Factaro di preparare una pozione speciale da dare in pasto al leone per farlo addormentare?”, “Bella idea!” esclamò il capo Mazimbù “Ma come faremo per fargliela inghiottire?” ; l’anziano saggio disse: “Gli spiriti degli avi hanno detto che il leone è molto affamato, allora sacrificheremo un capretto preparandolo sul suo percorso, ma naturalmente sarà un capretto spalmato della pozione speciale”. “Mi sembra un ottimo piano” intervenne il più giovane dei saggi “Però dobbiamo trovare uno con un “coraggio da leoni”, che vada a posizionare il capretto sulla strada della belva, qualcuno di voi se la sente di farlo?”. In quel momento Teschilo, che era presente alla riunione, si mise a dimenarsi e a cantare una strana cantilena per interrogare gli spiriti; terminato il suo rituale disse: “Lo farò io, gli spiriti degli avi mi hanno concesso la loro protezione, non mi accadrà nulla ed anche il villaggio sarà salvo.” Subito dopo il medico-stregone preparò una magica pozione; venne poi prelevato un capretto dal recinto, per prepararlo come pasto per il leone. Il sole stava tramontando e iniziarono a sentirsi i ruggiti della fiera in avvicinamento. Tutti gli abitanti di Zimbadù se ne stavano chiusi nelle loro capanne, tremanti di paura. Teschilo, ascoltando da dove provenivano i ruggiti, capì dove posizionare il capretto, poi si allontanò con cautela, rimanendo a guardare la scena nascosto tra i rami di un albero,  con una lancia in mano, sperando in cuor suo di non doverla usare. La luna si stava alzando in cielo quando arrivò il leone che si avventò subito sulla facile preda, divorandola in pochi attimi. Teschilo osservava il tutto trattenendo il respiro, il cuore gli batteva così forte da temere che anche il leone ne sentisse il battito. Ma gli spiriti non avevano mentito: tutto andò bene dato che il leone, dopo il pasto speciale, fu preso da improvvisa sonnolenza e si allontanò barcollante, addormentandosi profondamente dentro ad una buca ai piedi di un albero. Vedendo tornare Teschilo, tutti tirarono un sospiro di sollievo ed andarono a dormire sereni, ringraziando il cielo. Solo due persone non stavano dormendo quella notte: il povero Gadura e lo stregone Factaro che non riusciva a capire cosa non funzionasse nelle sue medicine. Il medico stregone, ad un certo punto ebbe un’intuizione: comincio ad ispezionare attentamente il corpo di Gadura finché alla base della nuca, nascosto tra i capelli, trovò un insetto di una specie mai vista prima, simile ad una zecca. Factaro capì che doveva essere quella la causa della malattia: staccò con cautela l’insetto e praticò una piccola incisione sulla pelle per far uscire, il più possibile, il veleno dell’insetto; poi applicò sulla ferita una  pomata a base di erbe speciali e, dopo un po’ vide che il suo amico cominciava a riprendersi. Per dargli più forza gli fece bere un decotto rinvigorente e in breve tempo Gadura tornò quello di prima. Finalmente tutti nel villaggio potevano dormire sonni tranquilli, compreso il leone.

(ANNITA)

Written and recorded by Solomon Linda (1939)

In the jungle
The mighty jungle
The lion sleeps tonight
In the jungle
The mighty jungle
The lion sleeps tonight

Aween away aween away aween away…

In the village
The peaceful village
The lion sleeps tonight
In the village
The peaceful village
The lion sleeps tonight

Aween away aween away aween away…

Hush my darling
Don’t fear my darling
The lion sleeps tonight
Hush my darling
Don’t fear my darling
The lion sleeps tonight

Il leone si e’ addormentato

Il leone si e’ addormentato
paura piu’ non fa
il villaggio l’avra’ saputo
e il ciel ringraziera’.

RIT: Auimbaue, auimbaue,…

Il leone si e’ addormentato
la luna e’ alta gia’
nella giungla la grande pace
fra poco scendera’.

Il leone si e’ addormentato
e piu’ non ruggira’
ogni bimbo che avra’ tremato
sereno dormira’.

*****************************************************

Racconto n°2 – GUERRINO (racconto per bambini)

C’era una volta un bambino di nome Guerrino… sventurato quel giorno in cui, poco tempo prima che lui nascesse, i suoi genitori gli scelsero il nome: considerato che di cognome faceva “Guerra”, a loro sembrò una conseguenza logica affibbiargli il nome “Guerrino”. Appresa la triste decisione, mentre si trovava ancora al calduccio nella pancia della mamma, il povero piccino avrebbe voluto poter gridare che quel nome non faceva proprio al caso suo e che avrebbe preferito di gran lunga qualcosa come “Pacifico”, ma niente da fare… la sua mamma percepì giusto un calcetto, che scambiò per un segno d’approvazione.

Da qui iniziarono i problemi che il bambino dovette affrontare nei primi tredici anni della sua vita.

-          Perché?

Direte voi, ebbene, dovete sapere che quando il bambino faceva la conoscenza di qualcuno, subito costui pensava: “Uno che si chiama Guerra di cognome e Guerrino di nome dev’essere sicuramente un tipo litigioso, meglio stragli alla larga”; così il povero Guerrino non riusciva ad avere degli amici e questo fatto lo rattristava e lo innervosiva parecchio. A tutti capita ogni tanto di combinare qualche marachella, a casa o a scuola, è normale che accada da bambini, giusto? Eppure se succedeva a Guerrino, ecco che prontamente c’era chi diceva: “Ti pareva che Guerrino non ne combinasse una delle sue? Per forza , con un nome così!”

A volte capitava che si scoprisse un piccolo disastro, del tipo: vasetto della tempera rovesciato per terra, e subito, senza conoscere il vero colpevole, si sentiva un coro di “voci bianche” che incolpava Guerrino. Poiché il più delle volte lui non c’entrava affatto, finiva con l’arrabbiarsi e questo non faceva che aggravare la sua situazione, tanto che i compagni cominciavano pure a canzonarlo: “Guerra Guerrino, fa la guerra col vicino, Guerrino Guerra non vuol pace sulla Terra!”.

A causa di questa difficile convivenza con i compagni, il povero bambino si stava chiudendo sempre più in se stesso; in famiglia non riusciva a parlare della sua situazione, anche perché un po’ ce l’aveva con i suoi genitori, per via del nome che gli avevano scelto.

Tuttavia, un’ancora di salvezza fu gettata per Guerrino il giorno del suo tredicesimo compleanno, quando la sua famiglia gli regalò un computer, uguale a quello che usavano a scuola, con connessione ad internet. In che modo, vi chiederete, un computer lo avrebbe aiutato? E’ presto detto: il ragazzino, che era anche un tipo sveglio, cominciò a navigare su internet alla ricerca di siti che parlassero di pace. La sua ricerca durò diversi giorni, perché ovviamente doveva selezionare ciò che gli sembrava più utile. Quando trovava qualcosa d’interessante, cliccava su “Aggiungi a Preferiti”, così ben presto ebbe una bella raccolta di notizie che facevano al caso suo. Durante l’estate, lavorò a lungo ad un progetto: scrivere un libro sulla pace. Già se lo immaginava:  Titolo “La fabbrica della Pace” -  Sottotitolo “Così la paura non fa più 90” -  Autore “Guerrino Guerra” –  Casa editrice “Pax Vobis” (la casa editrice in realtà se l’era inventata, prendendo spunto da un web site). Il suo libro sarebbe stato una sorta di manuale, contenente: 90 giochi pacifici provenienti da vari Paesi del mondo, 90 parole e/o gesti di pace da dire e fare con chi ci sta vicino, 90 disegni da colorare sul tema della pace, 90 opere benefiche, tra cui scegliere, per aiutare chi nel mondo vive in una situazione di guerra (in questo caso Guerrino avrebbe voluto non raggiungere quota 90, perché avrebbe significato che le popolazioni in guerra erano di meno, invece…), per finire: 90 poesie e canzoni scritte da autori di ogni parte del mondo. Le pagine del suo stesso libro che il ragazzo preferiva erano contenute nel capitolo sulle parole e gesti di pace e riguardavano le coccole e i massaggi che la mamme possono fare ai loro bambini piccoli; anche gli esempi di queste pagine erano presi dalle tradizioni di varie popolazioni.  In particolare gli piaceva l’usanza indiana di massaggiare con l’olio tiepido il neonato, tutti i giorni, per fargli percepire l’energia d’amore della sua mamma e per tranquillizzarlo e rinforzarlo.

Il suo, sarebbe stato un libro “artigianale”, scritto con il computer su fogli formato A4, trattenuti da una cartellina-rilegatore. Terminato il suo lavoro, Guerrino ne sfogliò le pagine lentamente e con soddisfazione, pensando, con gli occhi umidi di commozione, al momento in cui il suo libro si sarebbe rivelato utile per lui e per gli altri.

In occasione del suo quattordicesimo compleanno, il ragazzino spedì ai suoi ex compagni delle medie un biglietto, su cui c’era scritto: “INVITO OMAGGIO per la festa più pacifica che si  possa immaginare – ogni partecipante riceverà un regalo speciale”, la dicitura era accompagnata da luogo – data e ora della festa. Tutti gli ex compagni, incuriositi da quella strana formula d’invito e allettati dall’idea di ricevere un regalo, si recarono alla festa. Per l’occasione, i genitori di Guerrino si erano dati molto da fare con le decorazioni, il rinfresco e la preparazione di materiali che servivano al figlio per organizzare i giochi. Tuttavia, il contenuto del pacco regalo per ogni  invitato era top secret anche per i familiari del ragazzo. La festa fu un successone: tutti i convenuti furono sorpresi e dispiaciuti per l’idea sbagliata che si erano fatti su Guerrino, nonché rammaricati per essersi lasciati condizionare da un pregiudizio. Si resero infatti conto di quanto fosse stato sciocco giudicare un compagno in un certo modo, per via del suo nome, in fondo, avevano compiuto un’azione razzista, un po’ come chi giudica una persona dal colore della pelle, dalla fede che professa

e via dicendo. I compagni si scusarono con Guerrino per il loro comportamento passato, una ragazzina dalle lunghe trecce bionde, che a lui era sempre piaciuta molto, gli buttò le braccia al collo bagnandogli le guance con le lacrime che scendevano dai suoi occhioni verdi. Dentro di sé Guerrino avvertiva un turbinio di emozioni: contentezza, meraviglia, commozione…

Quel pomeriggio fu per tutti memorabile e segnò una svolta nella vita di quei ragazzi che impararono ad essere meno superficiali nelle loro scelte e nei loro giudizi e a non lasciarsi ingannare dalle apparenze.

*****************************************************

Racconto n°1 – IL LUNGO VIAGGIO

Waris era pronta: avrebbe iniziato il  viaggio di ritorno. Era stata una decisione dura, pesante come un macigno, e le bruciavano gli occhi per quelle lacrime che si ostinavano a voler uscire…  Ma oramai la decisione era presa. Difficile rinunciare al precedente stato  di “inconsapevolezza”! In fondo era allettante quel turbinio di desideri e di passioni che l’avevano fatta roteare mille volte su se stessa…

Era stato piacevole sentirsi sfera di cristallo tra le mani di qualcuno e girare, girare, catturando e riflettendo i bagliori del sole.

Ma, a furia di girare, aveva perso l’orientamento ed era entrata in un vorticoso labirinto, dove non penetrava nemmeno la luce solare.

Tuttavia, ad un tratto si era accorta che una nuova luce stava entrando in lei e lentamente la trasformava…

Da quel momento avevano iniziato a delinearsi i confini del labirinto.Con una nuova facoltà visiva, Waris era ora in grado di ripercorrere il cammino verso casa. Non era neppure necessario preparare molti bagagli: bastava una piccola valigia in cui mettere gli insegnamenti dei grandi maestri e qualche ricordo prezioso a cui non le sembrava giusto rinunciare … Ah sì, avrebbe messo pure qualche soffio musicale, particolarmente suggestivo, per accompagnare il suo respiro durante il viaggio di ritorno.                               Waris era pronta: stava ritornando al centro di se stessa.

Come un granello di sabbia

Waris faticò molto per raggiungere la cima della duna e quando si trovò lassù, guardandosi attorno, si rese conto di non essere altro che un granello di sabbia in più su quella sommità: sabbia su sabbia. Una sola cosa la distingueva dagli altri granelli: la possibilità di scegliere se rimanere là in alto o lasciarsi scivolare giù, o ancora, scavarsi una piccola buca e addormentarsi là dentro dimentica di tutto e di tutti, anche del motivo per cui aveva deciso di scalare quella montagna di sabbia.

Waris sentiva le forze scemare, perciò scelse di lasciarsi andare e mentre scivolava giù, il suo corpo si ricopriva di sabbia rossastra: erano i suoi attaccamenti e lei sapeva che sarebbe stato molto difficile scrollarseli di dosso.

Mentre si lasciava trasportare verso il basso da forze sconosciute, la sua mente si ribellò: non voleva lasciarsi andare anche lei, non riusciva a rinunciare alle sue elucubrazioni, ai suoi egoismi, alle sue aspettative…

D’improvviso, sentì un tonfo secco e Waris si accorse d’essere arrivata in fondo alla discesa: respirò profondamente e iniziò a recitare interiormente una preghiera; dopo breve tempo sentì ritornare le forze e acquisì una nuova coscienza. Ora le era chiaro che per divenire strumento di Luce doveva prima imparare a vivere nell’ombra… Per capire cos’era la Luce doveva prima sperimentare l’oscurità; comprese pure il motivo per cui il suo attuale involucro umano era stato creato in piccole dimensioni: era una lezione di vita, per ricordarle che non doveva avere ambizioni e manie di grandezza… Waris si rese conto di quanto lei fosse piccola di fronte all’Universo, ma al contempo sapeva che “anche nell’essere più piccolo è racchiusa l’essenza divina, anche nell’ultimo degli ultimi si manifesta l’immensità del Progetto di Dio”.

Prima fermata

Waris era stanca, il viaggio era molto accidentato… Si chiedeva se tutti quegli ostacoli altro non fossero che “allucinazioni mentali”…  O, forse, si trattava di prove da superare… Oppure, di pause necessarie alla sua “crescita interiore”…

Chissà… In ogni caso non avrebbe mollato, sapeva che la meta era lì da qualche parte, bastava  non perdere di vista la “Luce”.

Ora però, voleva riposare per recuperare forza, speranza e fiducia in se stessa; la difficoltà maggiore consisteva nel mettere a tacere la mente: purtroppo, la sua era sempre stata una mente chiacchierona e sognatrice, poco propensa a rimanere in silenzio, pure di notte. Waris sentiva l’esigenza di trovare una scorciatoia o un mezzo per appianare la strada ed era convinta che la via giusta fosse il  “Silenzio mentale”.

Si rendeva ormai indispensabile trovare un Maestro che la guidasse alla Meditazione…

Spazio meditativo

…E il Maestro arrivò e le spiegò come praticare.

Chiuse le porte dei sensi, Waris si sedette nello spazio interiore.

Percepiva la lenta danza del respiro, il moto sincrono del ventre e mentre stava ancora cercando il pulsare del cuore, ecco emergere dal buio interiore il flusso dei pensieri: non tentò di legarli alla catena, non provò a frenarne la corsa, semplicemente li osservò passare lungo i binari mentali… un vagone dopo l’altro, finché intravide la fine del treno.

Dopo tanto rumore tornò il silenzio… Ma durò un istante, già sentiva una musica! Era il suo respiro che duettava con il battito del cuore, donandole la pace del Soffio Vitale primordiale.

Waris si sentiva galleggiare nell’Utero Cosmico, protetta da lucenti pareti d’Amore.

Dalla porta olfattiva, rimasta necessariamente aperta per il fluire dell’aria, cautamente si fece avanti un profumo inatteso, un aroma di spezie orientali (eppure, non aveva acceso incensi o candele profumate!) Ora capiva! Era la mente bambina che voleva scherzare, non le andava di essere messa a tacere, imprigionata nel labirinto cerebrale…

Dal silenzio della stanza emerse una piccola voce: “E va bene, ti ascolto: a che gioco giochiamo?”.

 Giochi di parole

E il gioco iniziò: si trattava di un gioco di parole, parole usuali, parole antiche, parole nuove.

Parole facili, difficili, lunghe, corte, bizzarre, musicali, poetiche…

Da quel momento Waris trovò la Via, lungo il fiume di parole chiamato “Poesia”.

 ********************************

  1. gennaio 23, 2012 alle 8:52 pm | #1

    Non mi è chiaro se è un racconto unico oppure dei mini racconti.
    Al di là di questo chiarimento, poco influente sulla mia opinione, devo dire che sono ben costruiti e contengono analisi profonde dell’animo umano visto attraverso gli occhi di Waris.
    Quello che mi è piaciuto maggiormente è Come un granello di sabbia, che ho trovato molto stimolante.
    Un abbraccio
    Gian Paolo

    • gennaio 24, 2012 alle 7:35 am | #2

      Il n°1 è un unico racconto suddiviso in “argomenti”, grazie per la tua nuova visita e per aver gradito, ricambio l’abbraccio,
      Annita

  2. febbraio 2, 2012 alle 8:36 pm | #3

    Un bel racconto, non solo per i ragazzi, ma anche per noi adulti. Spesso ci lasciamo tradire dai nomi senza seguire la ragione.
    Complimenti.
    Un abbraccio
    Gian Paolo

    PS in Emilia e in Romagna molto spesso il nome di battesimo lo conosce solo l’adetto dell’anagrafe, perché viene sostituito da un altro. Così Olao diventa Gino, Radames Pietro, Telemaco Loris. E questo è solo un piccolo campionario, perché molte volte anche nomi più normali, come Pietro, Roberto, Paolo diventano altri.

    • febbraio 3, 2012 alle 6:31 am | #4

      Grazie caro Gian Paolo! Un tempo succedeva anche dalle mie parti, che di molti conoscenti non si sapesse il nome di battesimo perché tutti si abituavano a chiamarli in un altro modo, spesso però erano nomignoli e non veri nomi (es. Bicio, Cicala, Capona…).

  3. febbraio 3, 2012 alle 4:42 pm | #5

    Annita, aggiungo un particolare, forse poco allegro ma signicativo. Negli annunci di morte compare il nome vero, che nessuno conosce mentre virgolettati appare quello col quale è conosciuto.
    Ho scritto nel 2009 un post http://newwhitebear.wordpress.com/2009/06/14/la-prima-guida/
    Dove appunto descrivo questo.
    Un abbrccio
    Gian Paolo

    PS ovviamente gli “scutmai” come in dialetto vengono chiamati i sopranomi si sprecano e spesso sono veramente spassosi. Si potrebbero scrivere dei trattati su questo.

  4. febbraio 11, 2012 alle 7:18 pm | #7

    Un simpatico racconto il numero 3 dove dentro ci sono tutti gli ingredienti della favola. Lo stregone che si ammala misteriosamente, una belva feroce affamata, uno che combatte la belva con l’astuzia e infine il lieto fine.
    Simpatica anche la canzoncina.
    Insoma un bel post.
    un abbraccio
    Gian Paolo

    • febbraio 12, 2012 alle 8:02 am | #8

      Grazie per il tuo commento positivo e per leggere sempre i miei racconti e le mie poesie!
      Un caro augurio di buona domenica, Annita

  5. febbraio 16, 2012 alle 8:36 pm | #9

    Anche il racconto n.ro 4 è sulla falsariga degli altri. ben scritto, fantasioso e intrigante.
    Valentino ha sognato oppure ha fatto effettivamente quel viaggio attraverso la natura che si prepara all’inverno?
    Comunque bello.
    Quel continua è stuzzicante. Vuol forse dire che Valentino sognerà anche la notte dopo
    Un abbraccio

    • febbraio 17, 2012 alle 7:40 am | #10

      Caro Gian Paolo ho provveduto a cancellare quella parte in inglese che non avevi scritto tu, neppure io so dire come possa essere finita nel commento :-)
      Grazie per il tuo apprezzamento!
      Un sorriso per te da Annita

      • febbraio 17, 2012 alle 7:54 pm | #11

        Quella parte in inglese, finita in mezzo al mio commento, l’avevo letta qualche tempo prima da un contatto americano. Quello che non ho compreso è come sia finita lì.
        Ricambio il sorriso
        Gian Paolo

  6. febbraio 17, 2012 alle 3:25 pm | #12

    e sentì il caldo bacio della mamma che lo svegliava…bello! Grazie di aver condiviso un’emozione.
    un saluto

    • febbraio 17, 2012 alle 7:43 pm | #13

      E grazie a te per essere passato di qui e aver letto e commentato! Buon fine settimana

  7. febbraio 19, 2012 alle 8:45 pm | #14

    Delizioso il quinto racconto con una splendida poesia, che mi sembra una filastrocca degna di Rodari!
    L’autunno stacca e fa in letargo, anzi in montagna a giocare con Nevina.
    Penso che i tuoi bambini l’abbiamo ascoltata in silenzio per meglio apprezzarla.
    Buon inizio di settimana.
    Un grande abbraccio
    Gian Paolo

    • febbraio 19, 2012 alle 8:51 pm | #15

      Sono contenta che ti sia piaciuto, l’avevo scritto, insieme al quarto racconto, qualche anno fa per introdurre i vari aspetti stagionali e ai bambini erano piaciute molto queste storie. E dopo tanto freddo, un caloroso abbraccio anche a te, con simpatia da Annita

  8. maggio 23, 2012 alle 8:39 am | #16

    Bello, Annita, bello…

  1. febbraio 17, 2012 alle 8:26 am | #1

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s