Spunti di riflessione su “Prosocialità e altruismo”
Giovedì pomeriggio sono stata al convegno sul tema “Prosocialità e altruismo”, tenuto al Centro Ambientale Archeologico di Legnago, dallo psicoterapeuta-pedagogista Prof. Michele De Beni, peccato che ho potuto fermarmi un’ora sola (durava 2 ore); nella parte che ho potuto sentire si è argomentato sul compito educativo fondamentale che spetta agli adulti: genitori, insegnanti, catechisti, formatori vari, nei confronti dei ragazzi. Tra le altre cose, mi è piaciuta la citazione che il relatore ha tratto dal diario di Anna Frank: “E’ un grande miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze… nonostante tutto io continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo“. Il Prof. De Beni ha poi rivolto ai presenti una domanda su cui riflettere: “Noi educatori siamo guidati da un principio-speranza, pur mitigato e corretto da un principio-realtà, oppure siamo guidati da un principio-disperazione?” ed ha aggiunto che quando la società educante si ripiega su se stessa e perde la speranza, è un’intera comunità che muore. Lo psicoterapeuta ha poi rimarcato che la crisi giovanile è effetto
della crisi dell’adulto che oggi vive nell’illusione di poter bastare a se stesso, non si pone più domande esistenziali e di conseguenza non ne propone alle nuove generazioni, né si occupa più di aprire e indicare
le strade ai giovani. Purtroppo stiamo diventando sempre più una comunità d’individualisti e d’indifferenti, un ammasso di gente sempre più sola, mentre è col dialogo, col confronto e con la collaborazione che si produce cultura, si produce ricerca, si progredisce. Un dato allarmante riferito dal relatore: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pronosticato che nel giro di 7 – 10 anni la depressione giovanile sarà una delle prime tre cause di morte dei giovani. E questo profondo malessere giovanile è legato alla solitudine in cui essi vivono, alla mancanza di valori esistenziali trasmessi dal mondo adulto, alla non preparazione a gestire le frustrazioni e le responsabilità personali. Il prof. De Beni ha sottolineato l’importanza di avere un “tu”, con cui relazionarsi, confrontarsi: “Dobbiamo recuperare il valore dell’altro perché egli è fondamentale per noi come la nostra stessa vita”. Il relatore ha inoltre affermato che ogni educatore deve per prima cosa tenere aperto il dialogo con i giovani e continuare a sperare nei giovani, senza mai rinunciare a lottare per loro , facendo loro capire che lui è lì per loro, che ha fiducia in loro e che non gli sono indifferenti. L’educatore deve rispettare la loro dignità di persone, senza essere “buonista”, ma “esigente con amore” ponendo i ragazzi davanti a loro stessi, alle loro responsabilità, aiutandoli a decentrarsi e a vedere le cose con gli occhi dell’altro. Il professore ha pure evidenziato la violenza ormai strisciante nella nostra società, che non è solo quella fisica, ma anche quella presente nell’economia, nei mercati, nell’informazione; quella che ci toglie il diritto di pensare, di avere un’informazione massmediale veritiera (mentre la TV ci propina come “fatti normali” l’aggressività e la non verità, il falso scoop e l’inutile gossip), la violenza che ci nega il diritto di compartecipare e di essere attivi, di essere rispettati come persone e di avere una vera comunità educante.
Il Prof. De Beni ha anche citato e commentato una frase di Gandhi molto significativa, perciò voglio inserirla, come spunto conclusivo di riflessione, in questo post:
“Dovrebbe essere essenziale per una vera educazione, che un bambino imparasse che nella lotta della vita si può facilmente sconfiggere l’odio con l’amore, il falso con la verità e la violenza con la sofferenza”

